La Pineta Dannunziana deve rimanere area Naturale Protetta. Le associazioni scientifiche GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane e SIRF – Società Italiana per il Restauro Forestale mettono gratuitamente a disposizione i propri esperti

La Pineta Dannunziana deve rimanere area Naturale Protetta. Le associazioni scientifiche GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane e SIRF – Società Italiana per il Restauro Forestale mettono gratuitamente a disposizione i propri esperti

Eliminare i vincoli a protezione dell’ambiente significa darla vinta agli incendiari, servono invece azioni per proteggere davvero la Pineta

Pescara, 12 agosto 2021 – L’associazione GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane e la Società Italiana per il Restauro Forestale esprimono dolore e sgomento per le parole del Dott. M. Colarossi, rappresentante dell’Ordine degli agronomi della Provincia di Pescara, le cui posizioni appaino avallate dall’Ordine Nazionale CONAF, che a seguito dell’incendio doloso che ha interessato la Pineta Dannunziana hanno chiesto che venga revocato lo status di riserva naturale. Affermazioni che, oltre che immotivate dal punto di vista scientifico (e storico e naturalistico per quanto riguarda l’origine della Pineta), se applicate costituirebbero un gravissimo precedente che incoraggerebbe gli incendiari ad appiccare il fuoco ogni qual volta dei portatori d’interesse desiderino allentare i vincoli ambientali a protezione di un’area naturale. Vincoli che derivano dalla Direttiva Habitat dell’Unione Europea, dalla legislazione nazionale e da quella regionale che sono stati spregiativamente definiti dal Dott. Colarossi come mera “burocrazia”.

Preoccupata da questo evolversi degli eventi, l’associazione non vuole limitarsi ad avanzare critiche ma offrire un aiuto concreto alla città, offrendo gratuitamente al Comune la consulenza dei suoi esperti di alto profilo nazionale e internazionale per redigere un piano che miri davvero al restauro naturalistico ed ecologico e a suggerire regole per salvaguardare la Pineta.

Il Dott. Colarossi ha sostenuto che la Pineta sia di origine antropica (sottoindendendo che quindi abbia un minor valore naturalistico) e che lo status di riserva integrale vada eliminato per procedere a operazioni di cosiddetta pulizia ed effettuare una gestione attiva della Pineta in chiave antincendio, cioè abbattendo alberi per diradare la Pineta, creare corridoi privi di vegetazione e distruggendo il sottobosco, accusato di alimentare le fiamme.

Gli scienziati del GUFI desiderano innanzitutto sottolineare che la colpa dell’incendio non è certo da imputarsi alle piante presenti nella Pineta, ma piuttosto agli incendiari che hanno posizionato oltre dieci inneschi, verosimilmente proprio allo scopo di declassare lo status conservazionistico dell’area, aprendola alla speculazione.

Per quanto riguardo l’origine della Pineta, questa è il relitto di una antica presenza di pino d’Aleppo, diffusa dal Gargano fino al Conero e probabilmente oltre, inclusi i Balcani, risalente ad una colonizzazione spontanea della costa adriadriatica verificatasi in epoca glaciale terminata circa 12.000 anni fa. Diverse argomentazioni scientifiche sostengono questa teoria, condivisa da vari autori. Se fosse vero quanto dichiarato dal Dott. Colarossi – e attendiamo con interesse di sapere quali sono le sue fonti – e la Pineta fosse di natura artificiale, si tratterebbe di una notizia di clamoroso interesse naturalistico, ecologico e documentario, perché si tratterebbe di un rarissimo, forse unico, esempio documentato di rimboschimento cinquecentesco eseguito con pino d’Aleppo”. Ma anche in questo caso, la Pineta testimonierebbe il suo enorme valore storico che andrebbe ad arricchire il già importante patrimonio culturale della città.  

Dal punto di vista naturalistico, invece, la Pineta ospita in alcune decine di ettari ben 345 differenti specie vegetali, di cui 4 endemiche (vale a dire che vivono in un areale strettissimo e in nessun’altra parte del mondo), 2 esclusive per l’Abruzzo e 26 classificate come rare.  Andrebbe quindi, a maggior ragione, protetta e non trattata come un banale giardino pubblico, con tagli e pulizia del sottobosco.

Per quanto riguarda la prevenzione degli incendi, qualsiasi intervento a carico del soprassuolo forestale non evita l’incendio se questo è di origine dolosa. L’incendiario trova sempre il modo di appiccare il fuoco e va perciò fermato con altri mezzi, peraltro più economici, che includono una sorveglianza costante del territorio attiva h 24 con squadre in “continuo movimento” lungo i punti critici, azione immediata e con mezzi capaci di avvicinarsi agli incendi. Ricordiamo che, con la tragica soppressione del Corpo Forestale dello Stato, a combattere le fiamme sono rimasti ormai solo i Vigili del fuoco e i pochi volontari. Il Piano Comunale di Protezione Civile del Comune è rimasto largamente inapplicato, il servizio di pattugliamento e avvistamento incendi previsto non è mai stato reso operativo.

Buona parte della Riserva non possiede colonnine per l’attacco di idranti e c’è da chiedersi come mai, in 20 anni di erogazioni di fondi alla Riserva, non sia stata realizzata rete idrica antiincendio completa ed efficace, con una presa d’acqua, ad esempio, ogni 100 metri.  Acqua che è presente, nella Pineta, ed è prelevabile da tre fonti escludendo quella potabile. Inoltre non è stata rimossa la presenza dei rifiuti infiammabili, presenti nel lotto a protezione integrale, il più danneggiato dalle fiamme. La triste presenza di rifiuti è nota e scritta persino da oltre 10 anni nel Piano di Assetto Naturalistico.

I diradamenti (riduzione del numero di alberi) non servono a fermare le fiamme se queste si propagano attraverso le chiome a causa del forte vento e dei tizzoni ardenti lanciati lontano dagli alberi, come è avvenuto, fino a 200 metri e più, sulla spiaggia incendiando strutture balneari. L’eliminazione del sottobosco, per essere efficace contro la diffusione delle fiamme radenti, deve essere totale e continua perché basta un po’ di erba secca per fungere da innesco e veicolo di propagazione del fuoco. L’eliminazione totale del sottobosco equivarrebbe, d’altra parte, alla distruzione della biodiversità vegetale (ma anche animale) della pineta, della sua ecologia e anche della sua rinnovazione. La selvicoltura che si insegna nelle università non annovera forme di trattamento del bosco che, allo stesso tempo, prevengano gli incendi e proteggano e migliorino la biodiversità e ne assicurino la rinnovazione naturale.

Quanto al rimboschimento, c’è un motivo preciso per il quale la legge prevede un’attesa di cinque anni prima che si possa mettere a dimora nuove piante. La flora mediterranea ha una grande capacità di ripresa dopo un incendio boschivo. Diverse piante potrebbero essere ancora vive e riprendersi e talune specie produrre nuovi getti: occorrerà attendere il periodo successivo alle piogge autunnali per fare valutazioni attendibili e l’entità della ripresa si potrà vedere solo a primavera.

Il Pino d’Aleppo (Pinus halepensis) che è caratteristico ed elemento costitutivo dominante della Pineta di Pescara, ha una notevole capacità di resistere al passaggio delle fiamme, grazie alla sua scorza che è una buona corazza isolante.  Si tratta di pini adulti, la cui notevole altezza li ha difesi in buona parte dal fuoco perché avevano le chiome più lontano dalle fiamme; certo che tizzoni sollevati dai turbini di calore e trasportati dal vento forte hanno colpito parecchie chiome, ma il risultato sarebbe stato peggiore se il fuoco avesse interessato esemplari giovani, bassi, con la chioma più vicina al suolo. Questo deve far riflettere quando si dice di tagliare gli alberi adulti “tanto ne ripianteremo altri giovani”.

È quindi probabile che molti esemplari adulti evoluti che oggi appaiono in estrema sofferenza, possano invece riprendersi e tornare a vegetare splendidamente: anche qui occorre attendere fino alla primavera prossima per vedere come evolverà la situazione ed evitare un intervento in cui le motoseghe potrebbero produrre danni aggiuntivi o persino peggiori rispetto a quelli prodotti dal fuoco. Sempre il Pino d’Aleppo, inoltre, ha evolutivamente acquisito strategie di sopravvivenza agli incendi molto speciali.  I suoi strobili (pigne) sono normalmente chiusi, cementati, ma col calore si aprono ed emettono diffusamente nell’ambiente circostante tantissimi semi.  È quindi possibile che a primavera vedremo spuntare e crescere numerosissime nuove piantine, autoctone, che saranno il “giacimento vivaistico” da cui poter attingere correttamente per il restauro ecologico-forestale della Pineta. Va in ogni caso evitato di piantare alberi acquistati nel circuito commerciale, che alla fine potrebbero rivelarsi fragili, non adatti alla nostra specificità, soggetti a malattie e a produrre alla lunga anche indebolimento genetico del bosco.

Il GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane e la SIRF – Società Italiana per il Restauro Forestale si mettono quindi gratuitamente a disposizione del Comune, nella speranza che ogni eventuale decisione sulla Pineta sia basata su rigorosi criteri scientifici, non arretri di un passo sui vincoli ambientali che la proteggono, e non la diano vinta agli incendiari aprendo l’area ai portatori di interessi.

Gli effetti del ceduo sul suolo forestale

Gli effetti del ceduo sul suolo forestale

Il governo a ceduo ha diverse criticità: 1. dopo il taglio, la perdita di suolo e nutrienti per erosione in special modo quando localizzato in zone di pendenza, 2. la perdita di nutrienti con l’asportazione della massa legnosa tagliata. Tutto questo avviene ciclicamente in modo molto ravvicinato ogni 15-20 anni (turni dei cedui) e è particolarmente impattante nei cedui matricinati, di fatto dei tagli rasi con rilascio di qualche pianta, che lascia il terreno scoperto all’azione battente delle piogge. Piogge sempre più violente (nubifragi) a causa dei cambiamenti climatici in atto, con evidente aumento dei rischi erosivi se non addirittura l’innesco di movimenti di massa (frane). Non essendo praticato nessun intervento di reintegro dei nutrienti, neanche nelle situazioni pedoclimatiche più fragili, la perdita di fertilità nel tempo è una costante.  Una tale situazione è in contraddizione con quanto ora si auspica in merito all’impiego delle foreste come accumulatori di CO2 atmosferica e conservazione della biodiversità.

Nella letteratura nazionale pochi, per non dire nessuno (probabile che mi siano sfuggiti), hanno trattato l’argomento delle asportazioni di nutrienti nel corso delle utilizzazioni, in genere e ancor meno in particolare per il ceduo.  L’articolo di André e Ponette (2003), in allegato, tratta l’argomento in questione. In mancanza di una indagine simile su popolamenti forestali nazionali, i risultati del lavoro dei due autori può servire come orientamento generale degli effetti del fenomeno.

Nella tabella che segue sono riassunti alcuni risultati ottenuti da André e Ponette (2003). Si tratta di un ceduo sotto fustaia (fustaia di Quercus petreae, ceduo di Carpinus betulus) dove è stata stimata la concentrazione di alcuni nutrienti nella biomassa epigea, tenendo distinte le varie parti delle piante. Sono riportate le concentrazioni di azoto (N) e fosforo (P). Si rimanda alla pubblicazione per gli approfondimenti.

Le piante di rovere compongono il piano dominante a fustaia, hanno notevoli dimensioni e la loro età è stimata in 100-120 anni. Le 154,4 tonnellate di sostanza secca (t) epigea delle piante di rovere ad ettaro contengono kg 379,8 e kg 28,7 rispettivamente di N e P, le quantità che verrebbero asportate se tutta la massa fosse rimossa. Se invece fossero asportati solo i tronchi scortecciati verrebbe asportato solo il 26% di N (kg 99,2) e il 15% di P (kg 4,4) corrispondenti al 50,7 % (t 78,2) della massa epigea, quella di maggior valore mercantile. Questo è dovuto al fatto che il durame ha una concentrazione bassissima di N e P. In ognuna delle 60 t di durame ci sono mediamente kg 0,97 di N e 0,01 di P. Nell’alburno mediamente sono maggiori (kg 2,26 N e kg 0,22 P) e ancora di più nella corteccia (kg 5,68 N e kg 0,48 P). Sappiamo che maggiori sono i diametri maggiore sarà la percentuale di durame in quanto legata all’età della pianta. Inoltre fino a certi diametri piante anche di notevoli dimensioni possono essere scortecciate direttamente al momento del taglio con mezzi meccanici (bracci idraulici muniti di cesoie che tagliano, sramano, scortecciano e depezzano) oppure manualmente, lasciando sul letto di caduta le parti eliminate asportando solo il durame e l’alburno.

È improbabile che la legna da ardere venga scortecciata e impossibile il legno cippato. Ma è proprio la massa legnosa di minor diametro quella che ha la maggior concentrazione di N e P. I rami di rovere su una biomassa di t 69,0 che insieme alle t 7,1 della corteccia corrispondono a poco meno del 50% della totale epigea, contengono kg 280,3 di N e kg 24,3 di P, quasi 3 volte in più di N e 6 volte di P dei tronchi del fusto scortecciato. Se riportiamo il dato ad 1 t, vediamo che in 1 t di rami più corteccia vi sono kg 3,7 di N e kg 0,31 di P.  Ipoteticamente, visto che stiamo parlando di materiale legnoso ottenibile con turni molto lunghi (le piante hanno mediamente 100-120 anni), possiamo ipotizzare che nel corso di un secolo l’azotofissazione dei batteri possa compensare la perdita di N (tutto da dimostrare).  A questa possiamo supporre che vi possa essere anche un apporto con le piogge e, in particolari situazioni edafiche e di giacitura, da falda superficiale (2-3 metri), da esondazioni, da polveri del deserto. Per il P è molto più difficile in quanto non esiste la fissazione batterica né pioggia, possono sussistere le altre 3 possibilità ma solo in situazioni ancora più ipotetiche che per l’N.

Se consideriamo il caso del ceduo, la situazione si fa ancora più difficile. La biomassa epigea di carpino corrisponde a circa t 37 e contiene kg 118,3 di N e circa kg 10 di P, dovuto alle ridotte dimensioni del materiale condizionato dalla giovane età. Se riportiamo il dato a t, in 1 t abbiamo mediamente kg 3,20 di N e kg 0,27 di P, il tutto per ottenere un assortimento di scarso valore mercantile. L’asportazione in questo caso (in Belgio) avviene a cicli di 25-30 anni. La quantità asportata, in 100-120 anni come nel caso della rovere, va moltiplicata almeno per quattro. I tempi di reintegro dei nutrienti per via “naturale” si riducono e la quantità asportata aumenta. Nel caso di un ceduo inoltre, ma anche in quello di una fustaia sottoposta a taglio raso, se posta in pendice, (come capita in Italia frequentemente) dobbiamo considerare la perdita di suolo, di N e P per erosione che avverrà fino a quando non si sarà ricostituito un manto arboreo. L’erosione nel caso di un ceduo è maggiore in quanto avviene a cadenze più ravvicinate di una fustaia specialmente nei casi in cui i turni sono più brevi (15-20 anni). Inoltre in caso di cedui su pendice l’ipotesi che si possano avere apporti di N e P per esondazione è nulla, per falda superficiale molto improbabile, specialmente in certi contesti geologici (vedi terreni derivati da calcare fessurato).

In particolare per il P l’adozione di sistemi selvicolturali che riducano al minimo la sua asportazione sarebbe auspicabile, visto che tradizionalmente non sono previste concimazioni se non qualche volta al momento della piantagione. In questa ottica conservativa appare manifesto che il ceduo, in particolare quello matricinato, è una pratica che dovrebbe essere superata e sostituita dalla fustaia, come dovrebbe essere superato il taglio raso. Inoltre, sempre nella stessa ottica, l’asportazione dovrebbe essere solo di piante in cui sia elevata la presenza di durame e che siano scortecciabili sul letto di caduta. È evidente che queste indicazioni di massima dovrebbero essere contestualizzate in base alle condizioni edafiche e di giacitura ma dovrebbero essere la linea generale.

Abbiamo bisogno di legno (legname da opera) per manufatti duraturi che conservino la CO2 nel tempo, non per bruciarlo. Se proprio non si può fare a meno di legno da bruciare, almeno usiamo i residui a cascata di quello di scarto prodotto della lavorazione di quello da opera.  Per produrre energia termica ed ancora di più elettrica abbiamo molte alternative alla biomassa.

André F., PonetteQ. 2003 Comparison of biomass and nutrient content between oak (Quercus petraea) and hornbeam (Carpinus betulus) trees in a coppice-with-standards stand in Chimay (Belgium) UniversitéAnn. For. Sci. 60 (2003) 489–502 489 © INRA, EDP Sciences, 2003  DOI: 10.1051/forest:2003042

Le proposte dell’Europa sulle bioenergie sono solo vuota retorica verde

Le proposte dell’Europa sulle bioenergie sono solo vuota retorica verde

La Direttiva europea sulle energie rinnovabili non protegge il clima, le foreste e la salute umana

La Forest Defenders Alliance, gruppo di associazioni che proteggono le foreste di cui fa parte l’italiana GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane, esprime forte delusione per quanto emerso nelle bozze della Direttiva sulle Energie Rinnovabili (RED). Nonostante la forte opposizione di oltre 100 associazioni, di molti scienziati e di oltre 250mila cittadini, la Commissione Europea continua a promuovere la combustione del legno delle nostre foreste per produrre energia.

Parte del pacchetto “Fit for 55”, la revisione della direttiva dovrebbe contribuire al raggiungimento degli obiettivi europei di riduzione del 55% delle emissioni di CO2 rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030.

La combustione di biomasse forestali è fortemente controversa perché emette più CO2 per unità di energia rispetto ai combustibili fossili, e gli stessi scienziati della Commissione Europea hanno riconosciuto che le foreste ricrescono troppo lentamente per compensare le emissioni causate dalla combustione del loro legno nel lasso di tempo che l’Europa si è data per il contenimento delle emissioni.

La scienza ha da tempo lanciato l’allarme: l’intensificarsi dei tagli boschivi per la produzione di biomasse a uso energetico sta danneggiando gravemente le nostre foreste, e gli scienziati chiedono di cambiare lo status delle biomasse forestali all’interno della direttiva europea, smettendo di considerarle una fonte rinnovabile.

Le associazioni temono che la nuova direttiva non riduca la pressione e lo sfruttamento intensivo delle foreste, come invece sarebbe indispensabile fare per permettere il ripristino degli ecosistemi e la mitigazione del cambiamento climatico, e che la prolungata dipendenza dalla combustione di legno non consentirà all’UE di ridurre le emissioni climalteranti.

Le modifiche della nuova direttiva rispetto a quella precedente sono:

  • Gli stati membri della UE non potranno più dare incentivi per l’utilizzo a scopo energetico di legname di qualità, ceppaie e radici. Ma, secondo quanto dichiarato dalla stessa Commissione Europea, questi materiali costituiscono solo una piccola parte delle biomasse forestali utilizzate per la produzione di energia
  • A partire dal 2027, gli stati membri non potranno più dare incentivi a impianti a biomasse forestali che producano esclusivamente energia elettrica, a eccezione delle centrali che si trovano in regioni particolarmente dipendenti dai combustibili fossili, o che utilizzino sistemi di cattura e stoccaggio della CO2. Il provvedimento però consente di continuare a bruciare biomasse forestali all’interno di vecchie centrali a carbone, in particolare nei paesi europei fortemente dipendenti dal carbone.
  • La Commissione Europea adotterò un atto delegato sull’applicazione del principio a cascata delle biomasse, e su come ridurre l’utilizzo di legname di qualità per la produzione di energia. Si tratta di un passo nella giusta direzione, che riconosce l’importanza di dare priorità agli utilizzi nobili del legno rispetto alla combustione per produzione di energia, ma si tratta solo di un piccolo passo, in quanto circa metà del legno prodotto in europa viene bruciato a scopi energetici, e le modifiche alla direttiva non fanno nulla per affrontare questo problema
  • Cambiano i criteri di sostenibilità della direttiva RED, che nella revisione chiedono che gli interventi di taglio tengano in considerazione il mantenimento la qualità del suolo e la biodiversità, evitando il prelievo di ceppaie e radici, salvaguardando le foreste primarie, evitando la conversione da foresta a piantagione di alberi, minimizzando i tagli a raso estensivi e incoraggiando il rilascio di legno morto sul sito di taglio. Queste direttive, però, riguardano solo una piccola parte del legno bruciato per scopi energetici, in quanto le foreste primarie costituiscono solo il 3% delle foreste europee, mentre le ceppaie e le radici già adesso raramente vengono utilizzate per la produzione di energia.  
  • La nuova direttiva impone criteri di sostenibilità alle centrali al di sopra di 5MW, soglia che prima era fissata a 20MW. Purtroppo, questi criteri di sostenibilità non affrontano il problema centrale, ovvero che la raccolta e combustione del legno per produrre energia aumenta le emissioni e compromette le foreste. Mentre la strategia europea per la biodiversità chiede di ridurre lo sfruttamento delle foreste, nessuna delle modifiche proposte alla RED va nella direzione di una riduzione della raccolta del legno. Al pari della versione precedente della direttiva, il nuovo documento persiste nel sostenere che la combustione di biomasse forestali riduce le emissioni in confronto all’utilizzo dei combustibili fossili, ignorando quanto affermato dagli stessi scienziati della Commissione Europea.

L’aumento della quota di energia rinnovabile a scapito delle foreste è un errore di proporzioni globali. Quando la UE sostiene di ridurre l’utilizzo di combustibili fossili e le emissioni, ma brucia sempre più foreste, l’unico risultato è l’aumento delle emissioni e il deterioramento delle foreste europee.

È tragico che la Commissione Europea non abbia colto l’opportunità di fare una riforma significativa della sua politica sulle biomasse. Il rifiuto dei politici europei di riconoscere i fatti scientifici sull’utilizzo delle biomasse forestali è paragonabile al negazionismo sul cambiamento climatico.

La Commissione ha compreso che gli incentivi alla combustione di legname di qualità vanno ridotti. Ora la stessa logica deve essere applicata a tutta la biomassa forestale, in quanto la combustione di tutte le qualità di legno aumenta le emissioni su lassi di tempo rilevanti per quanto riguarda la lotta al cambiamento climatico. L’industria delle bioenergie sta facendo enormi guadagni a spese dei contribuenti europei, che pagano inconsapevolmente per il taglio e la combustione degli alberi e la distruzione delle ultime aree verdi. Significativa in questo senso è la lettera inviata pochi giorni fa dalle associazioni italiane del settore delle bioenergie ai ministri Patuanelli e Cingolani, che, criticando la Strategia Forestale Europea, sostiene che la filiera legno-energia sia sostenibile e contribuisca alla lotta contro il cambiamento climatico e chiedendo un maggiore spazio (e, presumibilmente, maggiori incentivi) per le bioenergie. È completamente da respingere la richiesta delle associazioni del settore delle bionergie di considerare la gestione forestale una questione di pertinenza nazionale. Il riscaldamento climatico e la perdita di habitat e biodiversità sono fenomeni globali e che impongono di ragionare a livello globale.

Qualunque tipo di legno venga bruciato, lo sfruttamento intensivo delle foreste per la produzione di energia danneggia gli ecosistemi forestali e la loro biodiversità. La revisione della direttiva RED vieta i tagli nelle foreste primarie, ma dato che queste ultime costituiscono solo il 3% del patrimonio forestale europeo, la direttiva lascia senza protezione il restante 97%.

In un momento di crisi climatica e rapida estinzione delle specie, non è più possibile tollerare altri passi falsi nella gestione delle foreste e nella produzione di energia. La rapida estinzione di moltissime specie, molte non ancora adeguatamente studiate, è letale per l’umanità al pari del cambiamento climatico. Se non ci concentriamo da subito sulle energie realmente rinnovabili come il sole e il vento, ma continuiamo a distruggere foreste, perderemo per sempre un numero inaccettabile di habitat e specie, e con loro tutti i benefici ecosistemici che questi offrono all’umanità.

Le foreste sono molto di più che alleate contro la crisi climatica. La loro presenza è fondamentale per la nostra salute: le foreste mantengono pure l’acqua che beviamo e l’aria che respiriamo. La triste realtà è che finora le politiche europee hanno incoraggiato la combustione del legno delle nostre foreste e accelerato il deterioramento del patrimonio forestale europeo. Per rimediare ai danni fatti è necessaria una riduzione dello sfruttamento delle foreste per la produzione di legname, ma la revisione della direttiva RED non porterà a questo.

Le foreste non sono rinnovabili, sono ecosistemi che possono essere ripristinati ma non ricreati. Si possono piantare alberi, ma non si possono ricreare foreste. Abbiamo bisogno di bruciare meno legna e di meno monoculture forestali.

Un modo efficace per ridurre la conversione delle foreste in monoculture è rimuovere gli incentivi che stanno trainando la domanda di legname per le centrali a biomasse forestali. Invece, la Commissione Europea sceglie di supportare sia l’offsetting che l’energia dalla combustione di biomasse forestali.

“Fit For 55” non protegge a sufficienza le foreste e non contrasta in modo adeguato il cambiamento climatico. Abbiamo un bisogno disperato di politiche oneste che includano tutte le emissioni nelle nostre statistiche. Chiediamo ai membri del Parlamento Europeo di essere all’altezza della situazione quando toccherà a loro votare.

Le biomasse forestali pongono inoltre gravi problemi di inquinamento dell’aria e costituiscono una minaccia alla salute umana. La combustione di legna produce grandi quantità di polveri sottili, che secondo le stime uccidono circa 400mila europei ogni anno. La combustione di legno emette anche carbonio, azoto, metalli pesanti, mercurio e furani. Questo tema è stato completamente ignorato nella proposta di modifica della direttiva RED.

È quindi vitale che l’Europa riduca rapidamente la sua dipendenza dalle foreste per produrre combustibile, rimuovendo le biomasse forestali dalle energie rinnovabili. Le associazioni si appellano al Consiglio Europeo e al Parlamento Europeo affinché fermino lo sfruttamento intensivo delle foreste a scopi energetici e si assicurino che i target di energia pulita vengano raggiunti tramite tecnologie realmente pulite e a basse emissioni.

La transizione ecologica con la motosega: il Governo dice che nelle foreste italiane bisogna tagliare più alberi

La transizione ecologica con la motosega: il Governo dice che nelle foreste italiane bisogna tagliare più alberi

La dichiarazione su Facebook del Ministro Patuanelli mette in allarme chi vuole tutelare il patrimonio forestale italiano

Roma, 16 aprile 2021 – Il ministro Patuanelli annuncia l’aumento del prelievo di legname dalle foreste italiane: in un post su Facebook del ministro si legge che l’Italia deve “incrementare i prelievi” dalle foreste, allo scopo di ridurre le importazioni di legname dall’estero e “migliorare la gestione dei boschi”.

Il GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane, associazione scientifica che si occupa della tutela del patrimonio forestale italiano, esprime fortissima preoccupazione per queste parole che rappresentano un altro attacco alle foreste del nostro paese, già ora sovra sfruttate e con una provvigione (biomassa legnosa per ettaro) inferiore agli altri paesi europei.

Perché l’Italia importa legname?

Il nostro paese importa sia prodotti per la combustione (legna e pellet) sia legname pregiato da opera. Per il legno da combustione, le importazioni sono dovute anche alle centrali a biomasse forestali, che con la loro fame insaziabile stanno mangiando le foreste europee. La comunità scientifica ha più volte avvertito come la combustione delle biomasse su larga scala sia tutt’altro che neutrale rispetto alle emissioni di carbonio in atmosfera: è fortemente climalterante, fonte di emissioni nocive per la salute e dannosa per gli ecosistemi. Per fermare queste importazioni bisognerebbe puntare su energie veramente rinnovabili e prodotte con criteri sostenibili, quali solare ed eolico senza consumo di suolo (e con attenzione alle rotte migratorie) e avviare l’era dell’idrogeno verde.

E il legname da opera? Alcuni tipi di legno pregiato, quali quelli tropicali, continueranno a essere importati a prescindere da quanto si taglia in Italia, perché non possiamo produrli qui. Ma sappiamo comunque che la deforestazione nei paesi tropicali è causata soprattutto dagli allevamenti e dalla produzione di olio di palma.

Il legname da opera da specie nostrane invece viene importato proprio perché i nostri boschi sono troppo sfruttati, i tagli hanno turni eccessivamente brevi e non consentono agli alberi di invecchiare abbastanza da poter fornire materiale pregiato per la falegnameria e l’edilizia: per avere del buon legname da opera bisogna lasciare crescere gli alberi, mentre da noi imperversa la gestione a ceduo, buona solo per produrre legna da ardere.

Il ministro quindi non bloccherà la nostra dipendenza dall’estero, ma otterrà solo di depauperare ulteriormente il patrimonio forestale italiano

Quanto al “migliorare la gestione delle foreste”, questo va fatto non certo aumentando i tagli, ma privilegiando la gestione a fustaia rispetto a quella a ceduo: un modo di ottenere il legname necessario più rispettoso della foresta e più lungimirante persino in termini strettamente economici, in quanto aumenterebbe la provvigione delle foreste italiane, riducendo man mano le importazioni di legname adatto a scopi nobili. L’approvvigionamento del legno può essere effettuato con una selvicoltura ecologica che apporti il minor danno possibile agli ecosistemi e soprattutto con l’arboricoltura da legno, che può essere fatta sui moltissimi campi abbandonati e che andrebbe fortemente incentivata.

È ora di superare la visione riduttiva ed economicista delle foreste e persino delle alberature urbane e stradali, considerate come giacimenti di legname, e rendere effettive parole sempre più ricorrenti quanto non praticate, quali “bio”, “sostenibilità”, “bioeconomia” o “transizione ecologica”.  Quest’ultima non può essere fatta a colpi di motosega sui nostri alberi.

Le foreste sono un bene comune, una componente fondamentale degli equilibri ecologici: purificano l’aria, regolano e garantiscono qualità e quantità di risorse idriche, sono spazi di vita per la biodiversità, ci difendono dal dissesto idrogeologico, tutelano la nostra salute e sono i nostri più attivi alleati nel contrastare la crisi climatica. Sono una questione ambientale e come tali andrebbero trattate.

Il GUFI appoggia la proposta “Half Earth” del biologo Edward O. Wilson: almeno il 50% della Terra deve essere lasciato alla libera evoluzione naturale, senza intervento dell’uomo, per salvare il clima, gli ecosistemi e le specie che ci vivono, inclusa la nostra. Al momento, in Italia è protetto solo il 14% circa del territorio. Dobbiamo raggiungere il 50% di aree protette, e applicare metodi moderni e rispettosi dell’ambiente nel restante 50% per ricavare i materiali indispensabili all’uomo. Aumentare i tagli va nella direzione opposta a tutto questo: è questa la transizione ecologica che ci era stata promessa?

Link al post del Ministro:
https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=4136694516389252&id=932754746783261

CONTATTI
Valentina Venturi
GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane
340 3386920 | press@gufitalia.it

Come proteggere il verde urbano

Come proteggere il verde urbano

Nel 2016, è stato pubblicato1 il primo corposo studio scientifico globale condotto  su 245 città e metropoli (che ospitano complessivamente un quarto della  popolazione a livello mondiale) da cui risulta che nel corso del secolo corrente la  popolazione urbana del Pianeta aumenterà di 2 miliardi di abitanti e che tra i  fattori di pressione ambientali principali e pericolosi sono stati individuati il PM2,5  (polveri molto sottili, del diametro di 2,5 micron) , attualmente responsabile di 3,2  milioni di decessi prematuri all’anno destinati a divenire 6,2 milioni se non si  adottano provvedimenti di contenimento e le ondate di calore estivo attualmente  responsabili di 12.000 decessi prematuri/anno e di sofferenza per milioni di  persone. Ai ritmi attuali dei cambiamenti climatici che producono aumento  d’intensità e di frequenza delle ondate di calore estivo urbano, i modelli  previsionali stimano la possibilità di arrivare, nel vicino 2050, a 260.000 decessi  anno da stress termico.  

Premessa: perché occuparsi del verde nelle città è divenuto urgente  e molto importante? 

Le 245 città sono state studiate attraverso sistemi satellitari (geospatial  information on forest and land cover), le centraline automatiche per il rilevamento  in continuo dell’inquinamento atmosferico e delle temperature e con tutti i dati di  contorno disponibili. Lo studio ha mostrato che le alberature cittadine  attualmente esistenti (current stock of street trees) producono in maniera  significativa i seguenti benefici alla popolazione: 

– bellezza estetica (paesaggio) 

– aumento del valore economico delle abitazioni 

– difesa del suolo 

– governo delle piogge intense 

– riduzione del rumore 

– sequestro del carbonio per la mitigazione del clima 

– spazi per la ricreazione 

– benessere per la salute fisica e mentale 

– abbattimento del PM 2,5 

– contenimento delle ondate di calore. 

Tra le conclusioni ai fini della difesa della salute, si individuano come prioritarie  le azioni di mantenimento dell’attuale stock di alberi, l’incremento della  dotazione arborea, la necessità di finanziamenti adeguati per il verde  pubblico (attualmente generalmente bassi), finalizzati a due principali obiettivi:  abbattimento dell’inquinamento atmosferico con particolare riguardo al PM2,5 e  l’abbassamento delle temperature estive in ambiente urbano.

La pianificazione del sistema del verde urbano. 

In questa materia, probabilmente più che in altre in ragione della complessità dell’ambiente  antropico e delle esigenze fisiologiche delle piante, è richiesta interdisciplinarietà: le  competenze necessarie afferiscono praticamente a quasi tutte le scienze e quindi includono  quelle dei forestali, agronomi, biologi, naturalisti, architetti, medici, chimici, fisici, storici del  paesaggio, ingegneri, urbanisti, geologi…ed altre ancora. 

Indispensabile, quindi, appare la costituzione, a livello comunale, di consulte o comitati con  buona presenza scientifica multidisciplinare, comprendendo le competenze presenti nel terzo  settore. Tali organismi sono preziosi non solo per conseguire la migliore progettazione ma anche  in fase di gestione e per la verifica, attraverso indicatori ed indici, dei risultati conseguiti nel  tempo, e quindi per valutare l’efficacia del Piano per il Verde, per individuare le eventuali criticità  e introdurre correttivi e miglioramenti continui che si rendessero necessari.  

Indispensabile è anche l’informazione corretta al cittadino e il suo coinvolgimento pieno ed  effettivo nella pianificazione, progettazione e gestione del verde; la partecipazione del pubblico  dovrebbe essere di livello e di intensità ben superiore rispetto a quanto si fa normalmente (e il  più delle volte riduttivamente) nelle ordinarie procedure di Valutazione Ambientale Strategica  (VAS) comunque obbligatoria per legge per i piani e i programmi. Il cittadino, pienamente  coinvolto e adeguatamente informato, deve essere messo in condizione di diventare il più  possibile rispettoso e anche custode attivo del patrimonio verde e, sulla base di un’adeguata  “educazione” acquisita, di poter collaborare alla riuscita della pianificazione ecologica ed  ecosistemica del verde pubblico, anche orientandosi di conseguenza nelle aree private di propria  pertinenza, che spesso per estensione forniscono un contributo significativo al patrimonio  arboreo delle città. 

La normativa nazionale di base che disciplina il verde urbano, vecchia di oltre 50 anni, è  assolutamente inadeguata alle esigenze correnti e avulsa dalla realtà attuale dello stato delle  conoscenze in materia di ecologia, di biodiversità, di clima e di ambiente. Si tratta del Decreto  Interministeriale 2 aprile 1968, n. 1444 che reca “Limiti inderogabili di densità edilizia, di altezza,  di distanza fra i fabbricati e rapporti massimi tra gli spazi destinati agli insediamenti residenziali  e produttivi e spazi pubblici o riservati alle attività collettive, al verde pubblico o a parcheggi, da  osservare ai fini della formazione dei nuovi strumenti urbanistici o della revisione di quelli  esistenti…”. Esso disciplina esclusivamente aspetti quantitativi del verde pubblico e fissa come  soglie minime per abitante, 18 mq complessivi per spazi pubblici o riservati alle attività collettive,  così ripartiti: 4,5 mq per scuole e asili, 2 mq per strutture religiose, culturali, sanitarie e per  pubblici servizi, 9 mq per spazi pubblici attrezzati a parco, per il gioco e lo sport e 2,5 mq di aree  di parcheggi. Questi standard urbanistici, tuttora vigenti, includono cose assai diverse nella  categoria del “verde” e pongono sullo stesso piano una pista asfaltata per il pattinaggio e la  superficie complessiva di uno stadio o palazzetto dello sport, con un’area con prati e piantumata  con alberi per cui è possibile pervenire, al limite, ad una pianificazione che, pur rispettando i  limiti minimi fissati dalla legge, può risultare pressoché priva di verde pubblico effettivo,  minimamente degno di questo nome.  

L’ISPRA nel 2010 ha pubblicato un interessante documento di 68 pagine, dal titolo: “Verso una  Ecosistemica delle Aree Verdi Urbane e periurbane. Analisi e proposte”che ha colmato il vuoto 

istituzionale esistito fino ad allora sull’argomento. Il documento è scaricabile dal sito  istituzionale dell’Istituto2.  

La Legge 14 gennaio 2013 n. 10 “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani”, torna  sull’argomento e, tra le altre cose, all’art. 3 prevede l’istituzione presso il Ministero  dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare di un Comitato per lo sviluppo del verde  pubblico. Tra i molteplici compiti attribuiti al Comitato troviamo il monitoraggio sull’attuazione  della legge 29 gennaio 1992, n. 113 (obbligo di piantare un albero per ogni bambino nato), la  promozione di attività degli enti locali interessati al fine di individuare i percorsi progettuali e  le opere necessarie a garantire l’attuazione delle disposizioni, l’elaborazione di una proposta  di Piano nazionale per fissare i criteri e linee guida per la realizzazione di aree verdi permanenti  intorno alle maggiori conurbazioni e di filari alberati lungo le strade, adeguamento dell’edilizia e delle infrastrutture pubbliche e scolastiche che garantisca la riqualificazione degli edifici…  anche attraverso il rinverdimento delle pareti e dei lastrici solari, la creazione di giardini e orti  e il miglioramento degli spazi. All’art. 4 della predetta legge 10 poi è stabilito che il Comitato  segnala “I comuni che risultino inadempienti rispetto alle norme di cui al decreto ministeriale n.  1444 del 1968”. Per quanto riguarda i criteri di pianificazione e di progettazione del verde  pubblico, ribadendo gli standard inadeguati e riduttivi della vecchia legge del 1968, questa più  recente normativa delega al Comitato la redazione di linee guida regolatorie. 

Le “Linee guida per il governo sostenibile del verde urbano”– elaborate dal Comitato per lo  sviluppo del verde pubblico – sono state pubblicate dal Ministero dell’Ambiente, del Territorio e  del Mare nel 2017 (acquisibile dal sito istituzionale del Ministero) e constano di 60 pagine e 7  capitoli che racchiudono: conoscenza, pianificazione strategica, progettazione, piano di  monitoraggio e gestione, indicatori per il governo, formazione degli addetti, comunicazione promozione e partecipazione del pubblico.  

Tuttavia a fronte di un lavoro complesso e accurato a cui hanno partecipato l’ANCI, il CONAF,  l’ISPRA e l’associazione dei Direttori Tecnici dei Pubblici Giardini, va rilevato che (si riporta  esattamente come è scritto nello stesso documento): “le Linee Guida non sono prescrittive, ma  rappresentano solo uno strumento di consultazione e informazione per tutti i comuni italiani,  grandi e piccoli, utili per procedere correttamente e proficuamente nelle attività di pianificazione  e di gestione del verde urbano”.  

Lo Stato, in pratica, non ha adottato ad oggi, con provvedimenti cogenti (tramite decreto o  legge) le linee guida che così rappresentano un mero “suggerimento”, peraltro assai poco  conosciuto. Per coprire la lacuna legislativa sono stati adottati nel tempo a livello locale, diversi  strumenti comunali di programmazione quali il regolamento del verde pubblico e/o privato, il  censimento-anagrafe del verde, la carta del verde urbano, il piano del verde, il piano  regolatore del verde urbano. L’ultimo di tali strumenti – il Piano Regolatore del Verde Urbano a suo tempo avviato dal comune di Viterbo in collaborazione con l’università della Tuscia, è  quello che dal punto di vista dell’efficacia metodologica offre maggiori possibilità di una gestione  adeguata e sostenibile dal punto di vista ecologico, economico, sociale e culturale. Un tale  Piano, in generale, consente al Comune di decidere, in maniera partecipata, la qualità, la  quantità, la composizione, la distribuzione delle specie arboree, arbustive, di liane ed erbacee  da introdurre negli spazi destinati a Parco, giardino pubblico, aree di pertinenza degli edifici  pubblici, filari, prati, aiuole, rotatorie, spartitraffico e, ove esistano, la disciplina della  vegetazione delle sponde dei corsi d’acqua.  

Il Piano Regolatore del Verde Urbano può assorbire e integrare tutti gli altri strumenti sopra  citati adottati dai Comuni: può includere il censimento da riportare nella “carta di rilievo del  verde urbano” preferibilmente realizzata di fine dettaglio e con georeferenziazione su data base, e la “carta del verde urbano”, strumento di indirizzo utile a sensibilizzare e impegnare i  vari attori sociali per la tutela di un bene comune. Utile, unitamente alla sempre necessaria  partecipazione dei cittadini nelle consulte per il verde, anche il coordinamento interno tra uffici  comunali sul medesimo argomento. A tal riguardo si segnala l’attivazione avvenuta diversi anni  fa presso il comune di San Benedetto del Tronto della Conferenza dei Servizi Permanente sul  verde urbano”, composta da tutti i servizi ed uffici che in vario modo svolgono attività che  interessano il verde pubblico o possono incidere su di esso. Il tema del verde urbano non è  quindi da considerare riduttivamente un “settore di intervento” fra i tanti presenti in città: deve  essere inquadrato con ottica di sistema e permeare tutta la programmazione comunale ad ogni  livello: urbanistico, della mobilità ecc. ed essere integrato negli strumenti urbanistici (PRG in  primis) e nell’attività delle Commissioni Edilizie. Solo dando al Piano del verde la dignità  istituzionale e la cogenza amministrativa di un Piano Regolatore Generale è possibile, infatti,  pianificare efficacemente in una visione di medio-lungo periodo il verde urbano ,evitando che  esso sia costituito da ciò che risulta dal diritto ad edificare, con aree frammentate e collocate in  posizioni non ottimali. 

I contenuti minimi del Piano Regolatore Comunale del Verde Urbano consistono nel Quadro  conoscitivo (censimento quali/quantitativo e distribuzione della vegetazione esistente), un  Piano di Indirizzo e Norme Tecniche di Attuazione che includano anche gli interventi manutentivi  e gestionali. Il suo sviluppo applicativo può essere fatto per piani annuali (generalmente  chiamati Progetto del Verde) che possono riguardare anche aree limitate e non l’intero  complesso del verde comunale, analogamente a quanto avviene con i Piani Particolareggiati. Le  linee guida per una gestione sostenibile del verde urbano redatte dal Comitato per lo sviluppo  del verde pubblico, indicano inoltre che nel Piano del Verde dovranno essere poi chiaramente  esplicitati i meccanismi di attuazione e di monitoraggio degli obiettivi prefissati e man mano  raggiunti, tra cui: 

– la relazione, in un’ottica di pianificazione integrata e multi-obiettivo, con altri  strumenti e piani urbani di settore (Piano dei Servizi, Piano del traffico, Piano Urbano  Generale dei servizi nel sottosuolo, etc.);  

– le indicazioni programmatiche per il piano triennale delle opere pubbliche; i progetti operativi e le soluzioni progettuali da realizzare nel breve-medio termine con  le risorse finanziare individuate; 

– gli indicatori di monitoraggio.  

– Nel momento in cui il PdV affronta le problematiche relative alla previsione di nuove  aree, non può prescindere dal definire i cosiddetti “indicatori di rigenerazione urbana”:  questi consentono, ad es., di verificare i valori degli interventi rispetto alla  permeabilità del suolo e alla presenza della vegetazione, sviluppando sistemi che siano  in grado di mitigare gli eventi meteorici intensi legati ai cambiamenti climatici (rain  garden, dry garden, verde tecnologico); più in generale vanno identificati gli indicatori  per monitorare lo sviluppo del piano ed il raggiungimento degli obiettivi prefissati; i meccanismi di finanziamento e di reperimento risorse per la realizzazione delle  soluzioni progettuali individuate (eventuali espropri, etc.); 

– il piano di informazione-comunicazione per il coinvolgimento, la partecipazione e la  sensibilizzazione. 

Anche la Strategia nazionale per il verde pubblicata a Maggio 2018 individua nel Piano  comunale del verde lo strumento chiave per città più resilienti. 

Le piante nell’ambiente urbano.

Alberi, arbusti ed erbe esistevano ben prima della comparsa del genere Homo nel Pianeta e loro  fisiologia, autoecologia e il loro aspetto odierno è frutto della selezione operata dalla natura in  alcune centinaia di milioni di anni. Tuttavia in un ambiente così particolare quale quello urbano,  queste entità sono soggette a molteplici fattori di stress che non avevano mai subìto in natura  nella loro storia evolutiva; ne deriva che per un approccio appropriato al verde urbano, è  necessario assumere un punto di vista olistico e programmare un’adeguata pianificazione  urbanistica locale e una gestione che tengano conto delle esigenze delle piante e dei problemi  di convivenza con l’uomo e le sue attività, inclusi gli aspetti che possono rappresentare, in casi  particolari, perfino un fattore di rischio o di pericolo.  

Le piante in città, in qualsiasi forma o disposizione, sono una componente di grandissima  importanza per l’umanità perché svolgono funzioni estetico-paesaggistiche, identitarie,  ricreative, ecologiche e sanitarie: i cosiddetti “servizi ecosistemici” in quanto promuovono la  salute e il benessere dei cittadini.  

Le funzioni “ambientali” del verde pubblico e privato sono vastissime, e vanno considerate  nell’immediato e a lungo termine anche perché i tempi di maturazione e di vita delle piante sono  diversi da quelli degli umani e generalmente assai più lunghi. La progettazione e il  mantenimento, pertanto, richiedono un largo concorso di esperienze, di osservazioni  specialistiche e storiche, conoscenza del territorio e di abilità e, in definitiva, sempre nell’ottica  dell’interdisciplinarietà e partecipazione dei cittadini informati per una gestione ecosistemica.  

Va chiarito che il verde urbano propriamente detto include diverse tipologie: le alberate, i parchi,  i giardini pubblici e il verde periurbano, che hanno caratteristiche molto diverse fra loro e queste  condizionano la progettazione degli impianti e le loro finalità. A riguardo occorre tenere  presente che gli alberi sono in relazione comunicativa in primis col mondo degli insetti, ma  anche con la fauna superiore, essendosi sincronizzati nel corso della co-evoluzione naturale per  l’impollinazione attraverso attrazione attuata con l’emissione nell’aria di sostanze chimiche che  noi percepiamo generalmente come “profumi di essenze”, per la propagazione dei semi, per la  lotta ai parassiti; in aggiunta comunicano e intrattengono interscambi simbiotici anche con gli  organismi presenti nel suolo (batteri, funghi microscopici e macroscopici, invertebrati);  comunicano altresì fra loro anche sotto terra, attraverso le radici che si intrecciano  reciprocamente formando anastomosi, sia con individui vicini della stessa specie che fra specie  diverse con cui amano costituire “associazioni vegetali” la cui rete di relazioni produce reciproco  vantaggio. La rete di relazioni infra- e inter-vegetazionale, complessa e invisibile che si instaura  e con le altre forme di vita è decisiva per il reciproco sostegno trofico, per la riproduzione, per  la difesa dagli attacchi da parassiti, per la stabilità meccanica. Il finissimo micelio fungino in  rapporto con le radici (simbiosi micorrizica), inoltre, fornisce all’albero sostanze nutrienti e ha la  capacità di sollevare l’acqua da decine di metri di profondità fino agli strati di suolo più  superficiali, mantenendone l’umidificazione a beneficio proprio e dell’albero oltre che delle  forme di vita legate al suolo. Esso svolge anche un’azione protettiva nei confronti delle piante  con cui è in rapporto, dal momento che l’acqua che trasferisce capillarmente viene filtrata da  eventuali contaminanti di origine naturale o antropica. Le condizioni di impianto migliori dal  punto di vista ecologico possono essere riprodotte per i parchi e per il verde periurbano ove è  possibile favorire le associazioni vegetali tipiche fra alberi, arbusti, essenze erbacee e liane come  l’edera. Più delicata è la situazione dei giardini pubblici soggetti a maggiore pressione antropica  e a calpestio e compattazione del suolo mentre quando si vanno a realizzare le alberate dei viali  diviene importante più che mai il “sesto d’impianto” (vale a dire la distanza fra alberi e arbusti)

e l’area libera di pertinenza che deve garantire gli scambi gassosi e la relazione comunicativa fra  gli alberi.  

Nell’architettura moderna sono degni di nota interventi di “verde verticale” sulle pareti degli  edifici, munite di vasconi (grandi fioriere integrate nel costruito), di “tetti verdi” e giardini pensili.  In tali circostanze occorre tenere presente la tipologia dei vegetali da impiantare considerando  il loro sviluppo dimensionale, l’isolamento delle piante, la necessità di fornitura di acqua e  nutrienti che la pianta non è in grado di procurarsi da sola, l’esposizione alla luce e ai venti e  tutti i possibili effetti collaterali anche negativi che un simile impianto può comportare. Ad  esempio si è verificato che pareti verdi intensamente vegetate abbiano provocato, in cortili  scarsamente ventilati, moria per asfissia di piccoli animali per la stratificazione a terra  dell’anidride carbonica esalata dai vegetali di notte quando, cessata la fotosintesi, era attiva  unicamente la respirazione.  

Infine vanno considerati i casi, non diffusamente estesi ma pure importanti, di specie esotiche  come espressione artistica o didattica di giardini e orti botanici (questi ultimi di grande valore  sia storico-culturale che scientifico, per la tutela ex-situ della biodiversità vegetale).  

I fattori di stress delle piante in città.  

In natura e nel corso della loro evoluzione, gli alberi raramente sono vissuti come singoli individui isolati, ma hanno dato luogo a formazioni forestali, ad associazioni vegetali e a rapporti  simbiotici con il mondo animale e con i viventi del suolo, microscopici o visibili a occhio nudo. Il  bosco è un ecosistema ossia un sistema complesso autosufficiente dominato da alberi, la cui  componente biotica è costituita da piante di varie specie, età e dimensioni e da animali, funghi,  batteri ed altri organismi con interrelazioni integrate fra loro e con l’ambiente chimico-fisico. Il  bosco non ha bisogno dell’uomo per perpetuarsi, ha vissuto benissimo per oltre 300 milioni di  anni in assenza degli umani mentre, al contrario, è la vita dell’uomo ad aver bisogno del bosco e del mondo vegetale. La nostra dipendenza dalle piante è assoluta e continua e non solo per gli  alimenti e altre utilità che direttamente o indirettamente producono: basta smettere di  respirare per qualche minuto per rendersene conto. Da tenere presente che l’ossigeno in forma  molecolare presente nell’atmosfera che respiriamo, è prodotto unicamente dalla fotosintesi  clorofilliana; nei tempi remoti non era presente sulla Terra e solo la comparsa dei vegetali che  lo hanno prodotto come loro “rifiuto” ha consentito lo sviluppo della vita superiore e la nostra  di umani. Dobbiamo tutto alle piante, minuto per minuto.  

Per questo semplice motivo il bosco è soggetto di diritti, di cui sono titolari anche gli alberi come  singoli individui che lo costituiscono. L’analisi del DNA degli alberi mostra che ogni individuo è  diverso dagli altri della stessa specie e, come nell’uomo, è possibile verificare i rapporti di  parentela fra loro. In natura nei boschi l’unione fa la forza: le piante più esterne alla formazione,  che possiamo chiamare “piante di frontiera” perché più esposte ai venti, alle bufere, alle  valanghe, agli aerosol marini, all’inquinamento atmosferico, agli attacchi di parassiti, con la loro  presenza e resilienza (capacità di resistere alle perturbazioni ambientali e alle avversità), proteggono lo stato di salute del resto della comunità forestale. Tranne eccezioni gli alberi in  genere non amano stare soli, anche se individui isolati mostrano una straordinaria capacità di  adattamento. In città, invece, soprattutto lungo le strade, se ci pensiamo bene tutti alberi sono  nelle stesse condizioni di quelli di frontiera e in aggiunta esposti senza protezione a innumerevoli 

fattori di stress sconosciuti alla natura e mai incontrati nel corso dell’evoluzione naturale come  quelli prodotti dall’uomo nelle aree densamente popolate. Il fatto di trovarsi in un contesto – quello urbano- così particolare e artificiale non deve farci dimenticare comunque i diritti e le  esigenze minime degli alberi ma, al contrario, ci obbliga anche soltanto dal punto di vista  utilitaristico, a considerare la necessità di ridurre al massimo i fattori di stress e il benessere delle  piante per una convivenza pacifica tanto utile quanto necessaria. I principali fattori di stress sono  di seguito elencati.  

– Sito d’impianto inadeguato: si impiantano alberi senza badare (cosa peraltro facilissima)  allo sviluppo che l’organismo vegetale avrà man mano che cresce. Così dopo qualche  tempo vediamo marciappiedi occlusi, impraticabili, fastidio agli edifici per la eccessiva  vicinanza agli stessi, rischio di interruzioni per le linee aeree elettriche o telefoniche,  oppure sollevamento del manto stradale operato dalle radici troppo superficiali  (fenomeno, questo, indotto soprattutto quando si mettono a dimora alberi di  dimensioni abbastanza grandi, necessariamente “zollate”, in vaso, prive delle radici “a  fittone”, vale a dire verticali che arrivano a profondità elevate aumentando la stabilità  dell’organismo).  

– Specie arboree inadatte: Si piantano alberi e arbusti, orientando le scelte secondo il  capriccio dell’uomo, accordando preferenze il più delle volte a specie e varietà  provenienti da climi completamente diversi dal nostro, pertanto con esigenze diverse e  per questo soggetti a parassitosi, indebolimento e, in generale, a problemi fitosanitari.  Spesso individui di queste specie, deportati dai loro luoghi d’origine spontanea e  inadatte al clima in cui sono collocati, non vivono ma sopravvivono anche miseramente.  Ho potuto constatare, ad esempio, una Sequoia gigantea (Sequoiadendron giganteum),  una cupressacea che in Sierra Nevada e in California raggiunge i 95 m di altezza e 9 m di  diametro al colletto (ma ne esiste un esemplare col diametro incredibile di 32 metri),  che piantata negli anni ’50 in un giardino nei pressi di Latina, al di fuori del suo ambiente  naturale d’origine è rimasto un alberello di modestissime dimensioni che non cresce e  non muore . Altre specie estranee al nostro clima e all’ecologia degli ambienti del nostro  continente possono diventare, al contrario, infestanti e non controllabili. 

– Terreno inadatto: il suolo non è solo il sito di ancoraggio delle piante ma anche la matrice  in cui si svolgono i processi biologici di scambi e di trasformazione di materia  (acquisizione di acqua e di nutrienti, respirazione delle cellule radicali) e di energia  appartenenti alla normale fisiologia delle piante. La qualità del suolo, la sua fertilità, se  scadenti, sono fattori possono danneggiare le piante e il successo degli impianti di nuove  alberature. Va anche detto che la scelta delle essenze da impiantare deve essere  comunque orientata anche rispetto alle condizioni pedologiche del luogo inteso come  microhabitat: in suoli con elevato grado di umidità naturale andranno preferite, ad  esempio, le Salicacee (Pioppi e Salici) oppure Ontani o i Frassini, mentre su suoli  tendenzialmente aridi specie diverse adatte a quelle condizioni puntuali. In ogni caso il  suolo dev’essere fertile, con una buona dotazione di carbonio organico e  biologicamente vivo: con le radici degli alberi entrano in rapporto diversi simbionti, a  partire dalle estese formazioni delle ife microscopiche dei funghi per finire ai lombrichi  e al resto della fauna invertebrata del suolo con particolare riguardo agli artropodi, il 

gruppo animale più numeroso appartenente alla comunità, a sua volta vastissima, degli  invertebrati.  

– Inquinanti atmosferici. Sono soprattutto i gas di scarico residui delle combustioni (che  avvengono in maniera diffusa nei motori e nelle caldaie per il riscaldamento), e  annoverano principalmente ossidi di Azoto (NOx) , ossido di Carbonio (CO), e in minima  parte gli ossidi di Zolfo (anidride solforosa e solforica, diminuite nel tempo rispetto agli  anni ’60 per i provvedimenti di limitazione delle impurità di zolfo contenute nei  combustibili), idrocarburi. Esistono poi altri inquinanti emessi in misura minore ma tutti  pericolosi per la salute umana come le polveri e Composti Organici Volatili (COV) che  alimentano fenomeni fotochimici che portano alla formazione di ozono troposferico (O3) di formazione secondaria sotto l’azione della radiazione solare. I gas inquinanti vengono  abbattuti in maniera significativa dalle piante e dal suolo fertile (inclusi i prati, con le  loro componenti microbiche naturali), specie se umido. L’ossido di carbonio, ad  esempio, viene abbattuto rapidamente dal suolo ove una dozzina di specie di funghi  microscopici comuni in ogni terreno fertile, lo assorbono e se ne nutrono. Se però  quegli inquinanti si trovano nell’ambiente in concentrazioni elevate, in sinergia con altri  contaminanti e in condizioni climatiche sfavorevoli, si può arrivare a superare i limiti di  tolleranza anche per le piante (che annoverano specie più resistenti e specie assai  sensibili), che così si ammalano e arrivano a perire. Particolarmente nociva è anche  l’eccessiva acidificazione dell’aria originata dai gas inquinanti che si combinano con  l’acqua dell’umidità atmosferica. Il complesso suolo-vegetazione in definitiva, è un  efficiente sistema di depurazione naturale dell’aria ma con dei limiti; come si diceva  nella Scuola Salernitana di antica memoria, “contra vim mortis non est medicamen in  hortis..”: contro la forza della morte non v’è rimedio nell’orto. 

– Inquinamento atmosferico da materiale particolato. Il materiale particolato (particelle  che inquinano l’aria, denominate PM10 perchè del diametro medio di 10 Micron, vale a  dire 10 millesimi di millimetro, e PM 2,5 e inferiori), viene trattenuto dal fogliame e  fissato nel suolo fertile, specie se umido. Fra tutti gli inquinanti, queste particelle sono  riconosciute come la principale causa di tumore e di morte per l’uomo: in letteratura è  riportato che in Italia si stimano 91.000 morti prematuri per inquinamento atmosferico  in un anno, e 66.630 sono dovuti al PM2,5, 21.040 al biossido di azoto (NO2) e 3.380  all’ozono (O3). Gli alberi abbattono il particolato intrappolandolo nella micro-peluria  delle foglie o appiccicandolo su quelle, se resinose. Uno studio condotto a Londra  quantificando la polvere depositata sui mobili all’interno delle case lungo strade, con  assenza di alberi e poi sulle stesse alberate con betulle, ha mostrato che l’alberatura  stradale ne abbatteva il 50%. Tuttavia concentrazioni elevate di PM 2,5 alla fine  danneggiano eccessivamente anche le foglie quando vanno a collocarsi diffusamente  all’interno degli stomi (minuscole aperture composte da due cellule, piccole “bocche”  invisibili a occhio nudo, disseminate sulla superficie delle foglie) che così sono impediti  a regolare, grazie alla loro sensibilità, la propria apertura e chiusura per consentire i  necessari scambi controllati di acqua e di gas tra pianta e atmosfera. La pianta così va in  sofferenza. 

– Inquinamento da metalli pesanti. I metalli pesanti tossici (fra cui Piombo, Mercurio,  Cadmio, Zinco, Rame, Stagno, Nichel e, recentemente, anche Platino, Palladio e Rodio e  altri metalli rari, derivanti dalla degradazione delle moderne marmitte catalitiche) 

presenti nell’aria o nei suoli inquinati, possono essere assorbiti dalle piante e fissate nel  proprio tessuto vivente. Talvolta queste sostanze vengono bloccate e trattenute  all’esterno delle radici, oppure incapsulate in vacuoli cellulari che ne neutralizzano la  tossicità rendendoli non biodisponibili oppure assorbite e distribuite nei tessuti  dell’intero organismo. Le piante appartenenti a specie comuni come i pioppi e i salici, in  aree con presenza di contaminanti di origine naturale (ad es. mercurio nel Monte  Amiata, arsenico e idrocarburi nella Majella) hanno acquisito nel corso dell’evoluzione  naturale anche strategie efficaci per difendersi dalla tossicità di queste sostanze  rendendole sequestrate e isolate a livello biologico al loro interno, tanto che molte di  esse vengono oramai utilizzate come assorbitrici di inquinamento per la bonifica di suoli  nei siti contaminati (Fitorimedio). Anche in questo caso però se si superano determinati  limiti la pianta può andare in sofferenza ma, per fortuna, tali limiti sono veramente assai  elevati. 

– Inquinamento da Idrocarburi. Possono essere idrocarburi incombusti (sgocciolamento  di olio lubrificante e particelle di grasso dai veicoli, oppure inquinanti dell’aria derivanti  dallo scarico dei motori a due tempi dei motocicli che ne emettono in quantitativi  elevatissimi) o residui di combustione, in forma di aerosol particolato o sostanze  gassose. Per gli umani molte di queste specie chimiche sono cancerogene (in particolare  lo sono i policiclici aromatici, il benzene, il toluene e lo xilene) ma le piante e il suolo  fertile hanno capacità di depurazione assai elevate; molti inquinanti di questo tipo  vengono demoliti e metabolizzati dal suolo e dalle piante, quindi ridotti in definitiva  all’innocuità. L’attività microbica del suolo accelera la velocità di biodegradazione anche  delle sostanze aromatiche come i fenoli, molecole piuttosto stabili nel tempo e quindi  resistenti alla degradazione.  

– Rumore e vibrazioni Le piante, attraverso il fogliame, attutiscono l’inquinamento  acustico fungendo da vera e propria barriera fonoassorbente vivente. Tuttavia questi  fattori fisici eccessivi e prolungati, possono provocare anche stress, indebolendole in  diversa misura. È nota, infatti, la sensibilità dei vegetali anche alle vibrazioni con  determinate frequenze: quando ad esempio le cellule di una foglia percepiscono i suoni  provocati dalla mandibola di un bruco che incomincia a masticarle, reagiscono  emettendo segnali interni che stimolano l’emissione di cere e di prodotti chimici  repellenti per gli insetti in tutta la pianta e lo stesso fanno quelle vicine. In città le  vibrazioni del suolo prodotte da metropolitana e dai mezzi pesanti, stimolano le piante  ad allungare le radici e a radicarsi più fortemente, fatto positivo perché ne aumenta la  resistenza ai venti molto forti e diminuisce il rischio di schianto. In definitiva le cellule  vegetali “sentono” i segnali acustici, vibrazionali e chimici rendendosi conto  dell’esistenza di pericoli nell’ambiente e reagiscono con proprie strategie di difesa  “avvertendo” anche le consorelle vicine.  

– Inquinamento luminoso. Ê un importante fattore di stress per gli alberi. In inverno,  quando le foglie sono oramai cadute, è facile vedere, ad esempio nei pioppi, che i rami  nei pressi dei lampioni a luce abbastanza forte portano ancora tutte le foglie mentre il  resto dell’albero è spoglio così come tutti quelli, della stessa specie, dell’intorno. Ciò  avviene perché è stato alterato il “fotoperiodo”, l’orologio interno delle piante che si  basa sulla “misurazione” percettiva della durata delle ore di luce rispetto a quella delle  ore di buio e che regola le fasi biologiche annuali del vegetale. 

– Potature mal fatte. L’albero auto-regola la propria forma e postura, per ottenere la  migliore stabilità, capacità di catturare la luce, resistere a venti e alle correnti d’aria del  luogo esatto ove si trovano, per la migliore ricerca dell’acqua e dei nutrienti. I rami sono  disposti nello spazio in maniera da limitare al massimo l’ombra fra di loro e le foglie si  dispiegano perché tutte possano catturare quanta più luce possibile; se osserviamo un  abete, ad esempio, vediamo che le foglioline più in alto sono orientate tutte  verticalmente per lasciar filtrare la luce verso quelle sottostanti e man mano che si  procede verso il basso le stesse sono sempre più orizzontali ed espongono la maggiore  superficie possibile. Le foglie dei pioppi, poi, sono particolari con il loro picciòlo allungato  e stretto lateralmente; così possono oscillare vistosamente con vento anche  debolissimo e lasciare passare luce alle foglie sottostanti, assicurando all’albero  l’energia per la crescita rapida e l’evapotraspirazione che in questa specie sono  fenomeni molto elevati. Potature mal fatte – spesso vere e proprie capitozzature – alterano l’equilibrio posturale spontaneo, rendono instabili gli alberi e, attraverso le  “ferite” da taglio, espongono alla penetrazione nell’albero di microfunghi, batteri, virus  che creano deformazioni, calli mostruosi, carie interna, attacchi del tronco da parte di  funghi saprobici. Praticamente mai, tranne rarissime eccezioni, i tagli da potatura degli  alberi in città vengono protetti con appositi “medicamenti” (in forma di speciali vernici isolanti e non tossiche, peraltro assai poco costose) per scongiurare infezioni che  generano parassitosi e conseguenti cadute di rami e che spesso sono letali per l’albero  con schianti pericolosi per la sicurezza dei cittadini. Le capitozzature producono il  disseccamento delle radici a fittone che sono quelle verticali profonde che più assicurano la stabilità dell’albero. Anche il taglio di rami principali portano al  disseccamento delle corrispettive radici a cui erano fisiologicamente connessi, col  risultato di favorire l’instabilità degli alberi. Altro fattore di instabilità deriva dalle  potature che rendono gli alberi sottili e “filanti”, tutti sviluppati in altezza, con ciò  sottoposti ad un braccio di leva che ne facilita la caduta sotto la spinta del vento.  

– Spazio insufficiente per lo sviluppo delle radici. L’attenzione a creare le condizioni per il  miglior sviluppo delle radici è generalmente bassa o nulla. Eppure da questo dipende  gran parte della salute della pianta e, soprattutto, la sicurezza che l’albero non cadrà su  persone o sulle automobili allo spirare di venti di forte intensità. Al di là della pratica di  reciderle perché magari sollevano pavimentazioni o il manto stradale o per interrare  cavi e tubazioni, occorre considerare che le radici devono potersi sviluppare in maniera  adeguata ed armonica anche per svolgere la funzione di solido sostegno. L’apparato  radicale, dotato di finissima sensibilità, è per gli alberi un importante “centro di  comando” della fisiologia dell’intero organismo, di “comunicazione” col biota  circostante e dal suo sviluppo dipendono il loro stato di salute e la longevità.  

– Atti sconsiderati attuati dall’uomo. Gli alberi in città sono soggetti anche ad attacchi  prodotti dall’uomo, per accidente, per ignoranza o deliberatamente. Si pensi agli insulti  prodotti ai tronchi con all’infissione di chiodi o, peggio, con cercini di metallo, con cappi  di cavi d’acciaio che stringono sempre di più con l’accrescimento e provocano calli  mostruosi e che possono portare la pianta alla morte, letteralmente “per impiccagione”.  Si pensi ancora a chi, dopo aver lavato le vetrine dei negozi o i pavimenti, butta acqua  sporca con detergenti chimici entro le aiuole, avvelenando le radici. Capita anche di  vedere automobili parcheggiate in parte sopra il terreno attorno all’albero o sull’aiola, 

compattandolo, impedendo così l’assorbimento dell’acqua piovana e la respirazione  radicale. Frequenti sono pure le potature abusive fatte in proprio da privati o sollecitate  al Comune, al solo scopo reale di far vedere da tutte le angolazioni e da più lontano  possibile le insegne e le vetrine dei negozi, ed esistono persino avvelenamenti deliberati  di alberi per gli stessi motivi. Questi comportamenti vanno stigmatizzati, sanzionati e  combattuti soprattutto con la cultura e la conoscenza e rimpiazzando sempre e  rapidamente l’albero soppresso. Va detto, di converso, che esistono anche casi opposti,  virtuosi: persone che adottano un’aiuola, un piccolo spazio verde pubblico, che curano  l’albero di fronte alla propria casa o luogo di lavoro, che offrono all’albero sul suolo  pubblico il soccorso con un po di acqua nei periodi di massima siccità.  

I benefici degli alberi in città (servizi ecosistemici resi all’uomo) 

Premesso che gli alberi sono da rispettare in sé, al di là delle considerazioni utilitaristiche, in  quanto organismi complessi, dotati di fortissima autosufficienza, pilastri della biodiversità e degli  ecosistemi naturali, titolari di diritti, elementi fondamentali degli equilibri ecologici locali e  globali, non possiamo non considerare e apprezzare anche i “servizi ecologici” resi da queste  creature anche alla comunità umana. Tali servizi riguardano il sistema albero-ambiente (sia  aereo che in riferimento al suolo fertile) e possono essere così schematicamente riassunti. 

Produzione di ossigeno, fatto noto a tutti ma non altrettanto noto è che, dal momento che la  diffusione di questo gas nell’atmosfera è un fenomeno piuttosto lento, più si è vicini agli alberi  e maggiore è l’ossigenazione benefica localmente presente.  

Assorbimento dell’anidride carbonica : gli alberi, e il mondo vegetale, sono grandi regolatori del  clima globale in quanto contengono il riscaldamento del Pianeta entro limiti ottimali per la vita  e per l’uomo. Non c’è altro sistema o rimedio per sottrarre rapidamente l’anidride carbonica,  principale gas serra, presente attualmente in eccesso nell’atmosfera. La lotta ai cambiamenti  climatici vede negli alberi i principali alleati dell’umanità. 

Regolazione del microclima locale attraverso l’umidificazione dell’aria: in estate nell’aridità  spinta delle città, l’evapotraspirazione delle piante produce notevole miglioramento del  microclima e quindi benessere. 

Contenimento dell’“isola di calore” urbana: le piante non si limitano a produrre ombra e a  riflettere ed assorbire radiazione solare, ma attraverso l’evapotraspirazione, abbassano  sensibilmente la temperatura del luogo in cui si trovano. Creano frescura, comportandosi  come vere e proprie pompe di calore, autentici condizionatori della temperatura dell’aria 

ambiente. Il passaggio di stato dell’acqua da liquida a vapore, infatti, sottrae energia (e quindi  calore) dall’ambiente circostante, raffreddandolo. E fanno questo servizio termodinamico  gratuitamente e in autonomia. Sono pertanto una risposta alla mitigazione e all’adattamento  nei confronti soprattutto delle ondate di calore estive sempre più frequenti soprattutto in città  ove di parla di “isole di calore” esasperate a causa dei mutamenti climatici e dell’intorno  occupato da edificato e asfalto che si riscaldano notevolmente; le ondate di caldo torrido  responsabili, secondo le statistiche, di innumerevoli decessi prematuri soprattutto tra le persone 

anziane. Oggi i decessi prematuri dovuti a questa causa sono stimati, nel mondo, in 12000  all’anno, destinati a divenire 260000 al 2030. 

Miglioramento dell’equilibrio idrogeologico: Le superfici attrezzate a scopo di drenaggio  divengono anche spazi urbani di qualità, verdi, habitat naturali, che contribuiscono a connettere  in rete parchi, giardini, quartieri e possono essere realizzati anche in forma di stagni di bellezza  naturaliformi, utili tra l’altro alla riproduzione di varie specie animali come gli anfibi. Gli  interventi denominati Green Streets consistono nel graduare dolcemente le pendenze di strade,  piazzali e marciapiedi per convogliare le acque piovane verso aiuole o aree fertili ove possono  essere assorbite nel suolo. Si alleggerisce, in questo modo, l’immissione delle acque nel sistema  fognario e si evita che le portate idriche di supero che non possono essere accettate dagli  impianti di depurazione che hanno necessariamente capienza limitata, vengano sversate  direttamente nelle acque superficiali. Queste aree assorbenti rendono assai gradevole il clima  e la bellezza della città e dei quartieri e ne migliorano l’aspetto con una grande varietà di piante che possono contare su maggiori riserve idriche sotterranee di cui alimentarsi. La ricarica delle  falde contribuisce anche all’equilibrio idrogeologico dell’ambiente urbano e alla sopravvivenza  o alla rinascita di sorgentelle locali che spesso alimentano antiche fontane oramai non più  utilizzate a seguito dell’arrivo dei moderni acquedotti o addirittura andate in asciutta, ma che  hanno un valore storico, demo-antropologico e urbanistico e talvolta monumentale. Va pertanto  abbandonata la pratica di isolare gli alberi imprigionandoli in spazi angusti con muretti o  addirittura con inutili vasconi di cemento. 

Detossificazione dell’aria: i cosiddetti “ossidi di azoto”, gas tossici derivanti dalle combustioni,  che chimicamente in realtà andrebbero chiamate “anidridi”, sono molecole avide di acqua con  la quale reagiscono prontamente formano i rispettivi acidi. In condizioni normali i due gas,  l’azoto e l’ossigeno molecolari, componenti normali dell’atmosfera in cui siamo immersi (circa il  78% per l’azoto e 21% per l’ossigeno) non reagiscono fra loro. Per potersi legare e formare le  anidridi occorre che l’aria sia portata a temperature assai elevate che aumenti l’agitazione delle  molecole, un “impazzimento” che produce e urti “efficaci”, oppure che vi sia una compressione  elevatissima che costringa le molecole unirsi per forza. La prima cosa avviene con le  combustioni, ma il motore a combustione interna è lo strumento più efficace perché svolge  entrambe le funzioni: riscaldamento con lo scoppio e simultanea compressione. Gli acidi Nitroso  e Nitrico) derivanti da quelle anidridi gassose reagendo, sempre con rapidità, con i minerali del  suolo e con le superfici lapidee formando nitriti e nitrati, molecole assai solubili, che sono  nutrienti-fertilizzanti per i vegetali. Il sistema suolo-piante, quindi aiutano a rimuovere dall’aria  questi pericolosi inquinanti di cui alla fine i vegetali si nutrono. Le piante assorbono un una  quantità di inquinanti atmosferici oltre ai composti dell’Azoto: esperimenti condotti a New York,  per esempio, hanno stimato che nel 1994 gli alberi della città hanno rimosso circa 1800  tonnellate di inquinanti atmosferici, con un valore in termini di risparmio per la società di 9,5  milioni di dollari. Uno studio condotto su un’area verde a Milano ha mostrato che una superficie  boscata al 30% apportava un sequestro annuo di un quarto degli inquinanti rispetto a pari  superfici prive di alberi. Si ribadisce comunque che questi sono ancora dati parziali e  sottostimati: abbattitori infatti sono anche semplici prati erbosi, arbusti, filari di siepi e il suolo  fertile. Ovviamente anche per questo aspetto gli eccessi sono da evitare perché nuocciono  anche alle piante soprattutto per l’acidificazione delle foglie per le deposizioni dall’aria. In città  l’alternativa all’impiego delle piante nella detossificazione dell’aria siamo noi umani; infatti  ciascuno espone mediamente circa 140 metriquadri di superficie polmonare umida agli  inquinanti atmosferici: inaliamo anidridi trattenendone i rispettivi acidi nel nostro organismo, e 

assorbiamo polveri e particolato, il già descritto PM . A chi obietta sulla necessità di operare  forestazione urbana andrebbe chiesto se la detossificazione dell’aria convenga farla fare ai  vegetali con il loro suolo..oppure alle decine di ettari di superficie polmonare umida dei cittadini  che non possono fare a meno di respirare.  

Contenimento dell’inquinamento da rumore: il fogliame spezza e ammortizza le onde  acustiche, attenuandole. Opportune alberature stradali con specie sempreverdi possono  mitigare il disturbo da inquinamento acustico sia se provocato da fonti dirette che da onde  acustiche riflesse tra le pareti dei palazzi e che si propagano rimbalzando fino ai piani superiori.  Ove necessario e con spazi disponibili con gli alberi in più filari è possibile creare vere e proprie  barriere fonassorbenti vegetali, magari in aggiunta o in alternativa ai classici pannelli. Con la  bellezza di barriere vegetate è infatti possibile anche mascherare e rendere completamente  invisibili i pannelli fonoassorbenti classici, lungo strade e ferrovie, ed evitare che in quelli  trasparenti vadano a collidere gli uccelli in volo. Lo stesso vale per impedire il proliferare  eccessivo dei cartelloni pubblicitari e le scritte imbrattanti sui muraglioni, veri e propri detrattori  ambientali, apportatori di confusione di messaggi e bruttezza percepita. Importante a questo  scopo è l’impiego delle liane in città, ovvero di rampicanti sempreverdi come, ad es. l’edera, per  ottenere bellezza mascherando muraglioni e la riduzione dell’inquinamento acustico.  

Bioindicazione delle qualità dell’aria: il metodo più semplice per valutare la qualità dell’aria ,  puntualmente in un determinato posto, è quello di osservare sui tronchi degli alberi la presenza,  l’estensione e l’abbondanza di specie di licheni epifitici (vale a dire che crescono sui tronchi delle  piante). I licheni reagiscono al complesso degli inquinanti atmosferici e la loro estrema sensibilità  li rende estremamente fragili anche perché la loro vita dipende esclusivamente dalla qualità  dell’aria. In presenza di inquinamento atmosferico le specie più sensibili presto scompaiono e  le altre, più resistenti, riducono il proprio tasso di crescita e poi col crescere dell’inquinamento  riducono le dimensioni del loro tallo. La valutazione grossolana e speditiva – ma significativa della qualità dell’aria in un’area ristrettissima o puntualmente in una strada o in un giardino può  essere fatta osservando le diverse macchie di colore e le diverse forme licheniche e contandole,  su una superficie fissa, senza ripetizioni. Dove vediamo tronchi incrostati da numerose specie  di licheni e presenti in macchie di estensione considerevole, l’aria è di migliore qualità; poche  specie e di ridotte dimensioni indicano aria con un po di inquinamento, mentre la presenza una  sola specie indica aria inquinata e infine l’assenza completa di licheni, chiamata “deserto  lichenico”, indica aria molto inquinata. Anche gli apici vegetativi primaverili delle piante sono  indicatori di qualità dell’aria: tanto più sono verdi e sani e tanto più vuol dire che l’aria è poco o  nulla affetta da inquinamento. Se consideriamo il costo molto elevato delle centraline  automatiche per il monitoraggio chimico della qualità dell’aria (di acquisto, di installazione, di  manutenzione e di gestione ordinaria che richiede personale addetto quotidianamente e analisi  di laboratorio) che impone uno scarso numero di punti di rilevamento nelle città, risulta subito  evidente che l’utilizzo dell’osservazione degli alberi con la propria dotazione spontanea naturale  di licheni per gli stessi fini ha un valore anche economico e sociale elevatissimo. Ha anche un  valore “democratico”, perché consente a chiunque di poter valutare, grossolanamente ma in  maniera attendibile, lo stato di qualità media dell’aria che respira. A Berna da decenni gli alberi  di città, per i licheni che ospitano, fanno parte ufficialmente, assieme alle centraline di analisi  automatiche, del sistema di controllo e valutazione dell’inquinamento atmosferico urbano. Chiaramente la valutazione dell’inquinamento atmosferico basata sui licheni può essere 

effettuata anche in maniera scientifica e specialistica, ma occorre che il metodo standardizzato  sia applicato da personale specializzato (o che intende specializzarsi) nel riconoscimento delle  specie licheniche.3 

Conservazione della biodiversità: Gli alberi ospitano svariate specie di animali, dando loro  rifugio, cibo, luogo di nidificazione. Nelle cortecce distaccate si realizzano nicchie che offrono l  “la casa” a pipistrelli e riparo a numerose specie d’insetti. Nei tronchi morti_in piedi i picchi  prediligono scavare i loro nidi e sui pini vivono coleotteri predatori di insetti e di acari nocivi.  Varie, anche se difficilmente visibili, sono le specie di mammiferi (scoiattoli, ricci, ma non solo)  che utilizzano gli alberi per rifugio anche scavando tane fra le radici e/o alimentazione,  arricchendo così la fauna delle nostre città.  

Contrasto all’alienazione: La monotonia, la spersonalizzazione che l’edificato spesso induce tra  i cittadini (soprattutto se brutto o banale), può essere contrastata dagli alberi soprattutto se  autoctoni. Ci sono ambienti cittadini identici a sé stessi che potrebbero essere in qualsiasi altro  posto lontano, a qualsiasi e latitudine; gli alberi possono ridare identità geografica a posti simili:  in una pianura planiziale, ad es., la presenza di vegetazione tipica spontanea, vale a dire quella  che si sarebbe insediata spontaneamente in quel luogo se non ci fosse stato l’uomo, ha una  funzione identitaria, positiva, aiutando il cittadino a conoscere e apprezzare il luogo in cui vive.  

Spazi attrezzati per lo sport: le attività sportive, sia semplicemente salutistiche che di livello  agonistico, possono trovare negli spazi verdi tal quale o appositamente attrezzati le loro  straordinarie palestre naturali all’aperto, di gran lunga più gradevoli e salutari di quelle chiuse  tra quattro mura, strutture che comunque restano indispensabili nei periodi di maltempo o  quando occorrano attrezzature particolari. Campi da tennis, da pallavolo, da pallacanestro,  piscine all’aperto, piste per marciare, soprattutto se facilmente raggiungibili nel breve tempo di  15 minuti a piedi, appartengono al sistema urbano del verde anche se andrebbero conteggiati  in maniera distinta rispetto alla dotazione “verde/pro capite” in quanto comunque attrezzature  sportive.  

Benessere psico-fisico: Il bosco e gli alberi, con la loro bellezza e con i loro profumi, assicurano  benessere fisico e psichico all’uomo: il contatto regolare col bosco soprattutto se non alterato  dall’uomo, con i parchi urbani alberati e con i camminamenti lungo i filari, aumentano la  resistenza alle malattie, accelerano i processi di guarigione, attivano il benessere psicofisico e  favoriscono la nascita di nuovi neuroni nei cervelli anziani che riacquistano comportamenti  giovanili contrastando diverse patologie degenerative. 

Promozione del paesaggio: la presenza degli alberi costituisce una rivoluzione nella bellezza  complessiva dei luoghi; anche quelli più scialbi, urbanisticamente non attraenti o addirittura  banali, assumono nuova bellezza e divengono attraenti se corredati di una buona dotazione  arborea, con presenza equilibrata di sempreverdi e caducifoglie, con aiuole di suolo fertile, con  arbusti ed erbe con fiori e colori della natura, in definitiva grazie alla biodiversità. Divengono  

3Il metodo per valutare la qualità dell’aria attraverso l’osservazione e la misura della presenza,  estensione su una superficie e frequenza dei licheni si chiama IBL (Indice di Biodiversità lichenica),  pubblicato dall’ISPRA e scaricabile gratuitamente digitando :  

http://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/manuali-e-linee-guida/i-b-l-indice-di-biodiversita lichenica.

interessanti i mutamenti di aspetto e di colori al volgere delle stagioni, i profumi, la presenza di  uccelli, la percezione del vento fra le foglie.  

Valorizzazione dei Beni storici, artistici, culturali: anche i beni storici, culturali, monumentali,  artistici se visti nel loro contesto naturale-ambientale di corredo verde nel quale erano stati  concepiti, assumono valore percettivo e maggiore significato e godimento. Un’area archeologica  di epoca italica o romana, un tempio greco o una villa del Palladio, non possono essere godute  nella loro pienezza se circondati di alberi di Eucaliptus originario dell’Australia e della  Tasmania…o da Ailanthus della Cina. Di contro molte delle ville storiche devono la loro bellezza  anche alla piantumazione di specie esotiche che nel tempo sono diventate parte integrante di  quel paesaggio (si pensi ad esempio agli alberi monumentali presenti in svariate città e non di  rado risultato di piantumazioni del passato). In questi casi occorre svolgere una indagine storica  –archivistica e fare ricorso a foto d’epoca o a dipinti, ove possibile. 

Funzione sociale, aggregativa: Isole di alberi in città, anche piccole, magari corredate di  panchine e con prato e giochi per bambini, con un’area recintata di dimensioni adeguate per lo  sgambettamento dei cani, divengono attrattive di persone favorendo la socialità, la conoscenza  tra persone, la responsabilizzazione verso la custodia e la pulizia degli spazi comuni. Esperienze  fatte in grandi città come Parigi, di orti-giardini urbani, hanno mostrato che le aree verdi e orti  accuditi direttamente dai cittadini divengono veri e propri centri sociali, luoghi di aggregazione  di persone di tutte le età, di riduzione dei conflitti e promuovono solidarietà e maggiore  sicurezza. Occorre tuttavia agire con cautela. Per quanto riguarda gli orti urbani, dal momento  che i prodotti sono destinati all’alimentazione umana, occorre prestare attenzione al possibile  inquinamento del suolo nel luogo d’impianto e alle deposizioni di contaminanti che possono  pervenire sulle coltivazioni dall’atmosfera. Per valutare l’idoneità di un suolo alla coltivazione  di alimenti, oltre all’ispezione visiva dell’intorno e del luogo specifico per controllarne l’assenza  di rifiuti e di colorazioni anormali, si può verificare la presenza di invertebrati (lombrichi,  artropodi ) che abbondano in suoli sani (sono indicatori biologici di qualità); in caso di dubbio si  può prelevare un campione composito (vale a dire ottenuto mescolando fra loro piccoli sub campioni di terra prelevati in un ideale reticolo) da sottoporre ad analisi in un laboratorio  chimico specializzato. Per le deposizioni atmosferiche occorre valutare la presenza di arterie  stradali e di altre fonti di inquinamento atmosferico industriale nelle vicinanze che possano  interessare gli orti. Si consideri infine anche la possibilità di realizzare giardini chiusi in serra, con  strutture che possono essere artistiche, con vetrate di bellezza e frutteti sociali. 

Sviluppo della didattica naturalistica e della cultura storico-sociale ed ambientale della città e  del suo territorio: è dimostrato come la didattica svolta in parte all’aperto, concretamente  legata alla conoscenza del territorio utilizzando l’ambiente come laboratorio naturale, con le sue  evidenze e peculiarità , sia estremamente proficua nella formazione del cittadino e delle classi  dirigenti e in definitiva per il raggiungimento della sostenibilità e del vivere civile. La didattica  svolta nel verde, diffusa in Svizzera e nella Scandinavia e sempre più adottata in varie parti del  mondo, ha mostrato vantaggi significativi anche sotto il profilo dell’apprendimento scolastico  generale. 

Benessere, svago ed educazione per i bambini. E’ questo un tema di grande importanza. Le  aree verdi concepite anche a questo scopo devono essere realizzate vicino agli asili, alle scuole  materne ed elementari o all’abitato comunque raggiungibili di norma al massimo nel tempo di  15 minuti circa camminando a piedi. Tali aree possono essere corredate da un piccolo stagno 

pieno di vita o munite di una mini-fattoria degli animali ove è possibile osservare oche, galline,  altri animali domestici da accudire. Questa funzione specifica rivolta ai bambini, può essere  svolta più agevolmente nei vivai, allo scopo opportunamente dotati di attrezzature con animali  domestici. Sono attrattive anche serre attrezzate come “casa delle farfalle” o anche la creazione  di piccoli giardini di specie aromatiche che possono contribuire non solo all’educazione  ambientale ma anche alla biodiversità. 

Le piante nell’ambiente umano: quali criteri per una progettazione  ecologica del verde urbano? 

1) La scelta delle specie da impiantare è molto importante. Occorre dare innanzitutto  preferenza alle specie appartenenti alla flora spontanea potenziale locale che, tra l’altro,  comprende molte entità di particolare bellezza e definibili, in termini forestali, “nobili”  e identitarie. La flora locale è anche quella “più conosciuta” dalla fauna locale ed è la più  adatta ad ospitarla avendo vissuto lunghissimi tempi di relazioni e di co-evoluzione e di  adattamento con vantaggi reciproci. Va applicato il concetto di “restauro ambientale”  imitando i criteri adottati nel restauro di un bene culturale che richiede tipicamente la  comprensione dell’oggetto, la sua conoscenza di dettaglio e della veduta d’insieme che  regoleranno la progettazione delle tecniche risanatorie. Allo stesso modo la  progettazione del verde urbano e periurbano non può essere fatto astrattamente “su  una tela bianca” ma deve seguire criteri ecologici aderenti alla vocazione naturale  spontanea dei luoghi. Adottare criteri diversi comporta non solo la realizzazione di “falsi  culturali” (e colturali) ma anche indebolimento dell’intero impianto che, se inadatto, alla  fine rischia di essere fortemente danneggiato o eliminato, nel tempo, dalle pressioni  selettive della natura o delle attività umane. 

2) Oltre all’individuazione delle “specie giuste”, la preferenza va rivolta per quanto  possibile alle varietà locali di quelle specie, vale a dire agli ecotipi autoctoni. Si  definiscono così le piante indigene, presenti localmente da generazioni, se non da tempi  immemorabili, e che hanno caratteristiche genetiche che hanno consentito loro di  passare indenni il vaglio spietato della selezione naturale in sede locale. In quanto  sopravvissute, esse risultano essere le più adatte, le più vigorose e resistenti alle  avversità che possono presentarsi localmente e quindi necessitano di minori cure  colturali (meno o nulla fitofarmaci e altri interventi di sostegno). Non basta quindi aver  individuato le specie “giuste”, ma occorre rivolgersi anche ai tipi locali di quelle specie.  La pratica qui raccomandata non solo è vantaggiosa per il buon esito degli impianti di  alberi ma costituisce anche uno dei provvedimenti scientificamente corretti e necessari  per la salvaguardia, conservazione e promozione della biodiversità a livello genetico,  oggi messa in pericolo dal vivaismo utilitaristico commerciale che non tiene conto  dell’adattabilità delle piante ai luoghi in cui verranno insediate e non raccoglie per intero  la variabilità genetica esistente all’interno della stessa specie, rischiando di far perdere  molte di quelle caratteristiche che permettono l’adattabilità a mutate condizioni  ambientali. A titolo di esempio vi sono piante che emettono assieme a semi che  germinano normalmente, un certo quantitativo di semi “dormienti” per alcuni anni  prima di germogliare e questo garantisce la sopravvivenza della specie in caso di  calamità naturali come potenti gelate o attacchi generalizzati di parassiti; nei vivai  questi semi non germogliati assieme ai suoi consimili sono considerati sterili, vengono  buttati come rifiuto e con ciò si perde una caratteristica genetica acquisita con 

l’evoluzione per la sopravvivenza della specie. Si tratta, in definitiva, di salvaguardare e  valorizzare la ricchezza dei genotipi presenti nel territorio, anche all’interno delle stesse  specie. È accaduto che una potente gelata abbia seccato circa 40 anni fa quasi tutti gli  allori dell’Italia centrale-adriatica, mentre quelli “selvatici” presenti persino in montagna  o lungo alcuni corsi d’acqua non hanno avuto conseguenze di sorta. Osservandoli nel  tempo si è visto che quegli esemplari avevano anche foglie più profumate e, a differenza  di quelli di origine vivaistica, anche non attaccati dalle cocciniglie: ecco individuato un  ecotipo locale, il cui patrimonio genetico merita di essere conservato attraverso la  moltiplicazione di quelle piante e la loro diffusione. Ovviamente il ricorso alle specie  locali e agli ecotipi locali di quelle specie non dev’essere un dogma: possono essere  impiantate anche specie diverse purchè non infestanti (come ad es. la Ginkgo biloba o il  Cedro del Libano o la Magnolia), in ragione della loro bellezza di portamento o di colore  del fogliame, o per il profumo o per le spiccate funzioni ecosistemiche che possono  fornire (es. perché assorbono inquinanti atmosferici o come barriera contro  l’inquinamento da rumore o per i frutti appetiti dall’avifauna). L’importante è che la  matrice verde della città sia quella potenziale autoctona largamente preponderante e  che le specie alloctone siano l’eccezione consapevole.  

3) La scelta delle entità da impiantare deve essere attentamente valutata rispetto alle  esigenze della pianta e rispetto al suolo (in particolare natura sabbiosa-silicea o  argillosa, calcarea o vulcanica ecc.), al grado di umidità, permeabilità e rispetto alla  presenza di manufatti, abitazioni, strade e marciappiedi. Attenzione particolare va  posta nel garantire che l’albero abbia il suo spazio vitale una volta cresciuto e non  produca fastidi. Tali accortezze eviteranno che la pianta crescendo arrivi ad ostruire il  passaggio dei pedoni, rovini il manto stradale e le pavimentazioni con le proprie radici,  diano fastidio alle abitazioni così da richiedere potature anche estreme e, alla fine,  abbattimenti e sostituzioni.  

4) Va assunta la filosofia per cui ogni potatura è da intendersi come una sconfitta: se  necessaria vorrà dire che sono stati commessi errori all’origine nella scelta della pianta  e nel suo posizionamento il quel luogo. Potature sono possibili ma solo se leggere, di  forma oppure rivolte ai rami secchi che potrebbero cadere sotto la spinta del vento o  sotto il peso della neve. In ogni caso andranno effettuate da personale esperto,  opportunamente addestrato. 

5) La scelta delle specie di alberi e arbusti, ma anche di cespugli erbacei, specie rampicanti  (liane), terrà conto, altresì, del loro sviluppo, della bellezza e delle conoscenze attuali  circa la resistenza specifica delle piante agli stress ambientali e della loro capacità di  abbattere inquinanti atmosferici purificando l’aria e l’inquinamento da rumore. A tal  proposito va considerato che la pianta svolge queste funzioni tanto più quanto è in  buona salute e che questa dipende in gran parte anche dalla naturalità del suo apparato  radicale nella profondità del suolo e nel terreno: pertanto nella scelta della specie più  idonea, oltre all’attenzione alla parte aerea, (tronco, rami e foglie), va considerata anche  quella sotterranea e l’immediato intorno del suolo di pertinenza per il libero ed esteso  sviluppo dell’apparato radicale. Indispensabile è quindi anche la preparazione del  terreno nel luogo d’impianto, che va fatta in profondità e lasciare terreno libero da  asfalto o cemento in cui possano insediarsi fittamente le densissime reti di ife fungine  che, in simbiosi con le radici, svolgono la funzione di sollevare l’acqua dagli strati  profondi verso l’alto, assicurano il miglior reperimento di nutrienti anche a distanza,  rilasciano ormoni della fertilità e vitamine, mentre proteggono l’albero filtrando gli  inquinanti (metalli pesanti, radionuclidi , sostanze organo-clorurate) presenti nel suolo 

e nell’acqua. Le ife fungine, inoltre, mettono in comunicazione fra loro gli alberi a livello  sotterraneo, portando informazioni utili a difendersi dai parassiti o per coordinare la  cosiddetta “pasciona”, vale a dire periodiche fruttificazioni abbondanti coordinate e  simultanee. Vanno pertanto perseguiti, per quanto possibile, raggruppamenti di alberi  o di arbusti delle specie preferibilmente tipiche locali, sia in “corridoi” con impianti sotto  forma di filari per connettere fra loro varie aree verdi e sia con l’importante realizzazione  di “isole verdi”, vale a dire raggruppamenti di alberi da impiantare ove c’è spazio  disponibile preferibilmente con arbusti normalmente ad esse associati (es. a livello  litoraneo, Pino con Mirto e con edera rampicante). Lo stare insieme ed essere connesse  in relazione fra loro, aiuta la salute delle piante ed è ancora più desiderabile per la  riproduzione sessuata delle specie dioiche (vale a dire a sessi separati)mentre porta  vantaggi a tutte le biocenosi. Soprattutto per la conservazione della biodiversità andrà  privilegiata una mescolanza di specie fra loro compatibili (associazioni vegetali note,  sempre dando priorità al modello vegetazionale tipico locale, evitando interventi di  forestazione monospecifici e per quanto possibile la coetaneità) e di varie dimensioni:  ciò oltre a contribuire a creare un habitat più vario per la fauna consente una maggiore  stabilita e resistenza della comunità vegetale (e una maggiore biodiversità vegetale). La  varietà di specie può facilitare anche la colonizzazione da parte di organismi del suolo  (batteri, funghi, invertebrati), essenziali per mantenere nel tempo i nuovi impianti.  

6) Un giusto equilibrio tra piante decidue (caducifoglie) e piante sempreverdi, tra conifere  e angiosperme (piante con fiore e frutto) va tenuto in considerazione per finalità  estetiche e per i servizi ecosistemici in ambiente urbano. Ad es. per costruire barriere  contro il rumore ci si rivolgerà alle sempreverdi e lo stesso vale per i muri con liane per  attutire le onde acustiche riflesse.  

7) Non secondaria è la scelta di essenze vegetali che profumano l’aria. I panorami vegetali  percepiti con la vista sono notoriamente benefici per la salute fisica e psicologica umana.  Non adeguatamente considerata, invece, è l’importanza degli odori delle piante,  percepiti anche col più potente dei nostri sensi –l’olfatto- sottoforma di profumi di  essenze che sono dovuti a molecole volatili che percepiamo anche se presenti in tracce  nell’aria-ambiente. È accertato da numerosi studi che i profumi di origine vegetale  influenzano in modo profondo il nostro benessere e condizionano marcatamente il  “profilo dell’umore”: riducono stati di confusione, tristezza, terrore, senso di colpa,  stanchezza, vigore-iperattività. La presenza di formazioni boschive, in aggiunta, stimola  la formazione e l’azione delle cellule NK (Natural Killer), così chiamate perché producono  proteine anticancro: le persone che trascorrono anche solo due ore in mezzo agli alberi,  godendone vista, profumi, meglio ancora se in panorama sonoro naturale in cui possono  udire esclusivamente il canto degli uccelli, delle cicale e lo “stormire” del vento nelle  fronde, mantengono questa benefica protezione all’incirca per un mese. È accertato,  altresì, che la presenza delle piante in luoghi di cura accelera la guarigione dei pazienti,  di gran lunga rispetto a quelli che sono degenti in ambienti che ne sono privi. Anche  nella formazione psicofisica le piante dànno vantaggi straordinari tanto che in molte  nazioni industrializzate si organizzano diffusamente scuole residenziali nei boschi. In  Giappone il sistema sanitario utilizza lo shirin – yoku, (letteralmente “bagni di alberi”)  per terapie fatte passeggiando per circa almeno 2 km in mezzo ai boschi o nei parchi  alberati di cui le metropoli di quel Paese sono dotate. Tale terapia che potremmo  definire “arborea” è riconosciuta ufficialmente tra i livelli assistenziali dal sistema  sanitario nazionale giapponese. Recentemente, infine, si sta diffondendo l’utilizzo di 

specie aromatiche (lavanda, timo, peperoncino, etc.), soprattutto per costituire siepi  ornamentali o di delimitazione (ad esempio aree cani). 

8) Per la sicurezza dei cittadini, da perseguire evitando cadute di alberi o di rami, sono  richieste diagnosi precoci sulla staticità degli alberi, che solo in prima approssimazione  va effettuata con ispezione visiva. Per avere certezza sulla pericolosità dell’albero  occorrono infatti diagnosi effettuate con adeguati strumenti e da personale esperto e  qualificato. Occorre, in ogni caso, vigilare e nei casi critici assicurare un’eventuale  adeguata manutenzione, scientificamente corretta e non basata sulle mutilazioni  affidate all’opera delle motoseghe ( es. imbracature con tiranti, pali di sostegno, terapie  adeguate). Anche i criteri di sicurezza devono essere tenuti presenti fin dal momento  della scelta delle specie e delle varietà dell’impianto, dal momento che talune specie  sono naturalmente più soggette di altre a patologie, a schianti, ad auto-potatura dei  rami operata dalla neve, e alla fine a cadute. Lo stato di salute delle piante ne aumenta  la stabilità e staticità. Va comunque detto che un livello di sicurezza assoluto non è mai  perseguibile, in questo come in altri campi (es. nei trasporti, nel lavoro e persino in casa) e l’enfatizzazione giornalistica e l’accanimento di qualche persona in caso di caduta di  rami o alberi devono essere culturalmente contrastati e ricondotti alla ragione; non si  vede mai, infatti, in caso immensamente più frequente, anzi quotidiano, di incidente  automobilistico, reclamare l’eliminazione delle automobili dalle città. Questo è ancora  più valido nell’era in cui siamo entrati, di eventi eccezionali ricorrenti a breve termine,  dovuti ai cambiamenti climatici: tifoni, venti che hanno raggiunto nel 2018 i 200 km/h  nel nord-est del nostro Paese. 

9) Vanno evitate fermamente specie arboree, arbustive ed erbacee invasive, infestanti,  estranee al nostro ambiente come, ad es. l’Ailanto e la canna della pampas (Cortaderia  selloana- graminacea che sta infestando la Riserva Naturale Pineta Dannunziana a  Pescara), anche per evitare il propagarsi di fitopatologie e parassitosi. 

10) Data l’impermeabilizzazione del suolo tipico dell’ambiente urbano, cosiddetta  “tecnocrosta” che impedisce all’acqua piovana di infiltrarsi nel suolo e di ricaricare le  falde idriche sotterranee, sicuramente in città, ove prevale l’aridità, si rendono  indispensabili, in taluni periodi, interventi di irrigazione di soccorso. 

11) Aree verdi per il drenaggio delle acque piovane: il deflusso delle precipitazioni piovose  urbane non adeguatamente gestito, può inquinare i corsi d’acqua o sovraccaricare il  sistema fognario provocando allagamenti e danni ingenti alla città e attivazione di  scolmatori di piena che necessariamente inquinano i corpi idrici ricettori . Programmi  avanzati (es. Green Streets in corso di realizzazione a Portland, popolosa città negli USA)  sono impiegati per il contenimento degli impatti di questo deflusso all’origine,  riproducendo alcune condizioni naturali attraverso l’uso di lembi di terra vegetata permeabili. In pratica si fanno diventare ovunque possibile le superfici libere, quelle  liberaste ex asfaltate delle strade e dei marciappiedi, spazi verdi lievemente sotto rilevati in cui convogliare diffusamente l’acqua piovana che così viene assorbita dal  terreno, filtrando anche le sostanze inquinanti (rain gardens). Le piante rallentano, con  il loro fogliame scolante, la caduta dell’acqua sul suolo e aiutano a farla penetrare nel  terreno con le radici. L’acqua piovana, anziché essere trattata come una specie di rifiuto  da convogliare in un tubo e avviare a uno scarico, diventa così una risorsa che ricarica la  falda e rinverdisce l’intero territorio. 

12) Attorno alla base dei tronchi deve essere lasciato un adeguato e significativo  quantitativo di suolo libero, fertile, sopra cui radunare le foglie cadute e altra  necromassa vegetale per pacciamatura, perché possano autocompostarsi e ridare 

nutrimento e fertilità alla pianta e al suolo e ove questo non è possibile, almeno adottare  nell’intorno pavimentazione drenante, inerbita calpestabile e/o rodabile.  

Indicazioni utili sono contenute nelle Linee guida di forestazione urbana sostenibile redatte per  Roma Capitale a cura di ISPRA (scaricabili dal sito istituzionale). 

Un caso particolare: la vegetazione prossima all’acqua 

La vegetazione dei fiumi, torrenti, piccoli corsi d’acqua, laghi, stagni, è assai particolare e  specifica quindi richiede, inevitabilmente, criteri e attenzione particolari. La presenza dell’acqua,  infatti, è il principale fattore di selezione da tenere presente perché solo talune piante si sono  evolute acquisendo la capacità di tenere le radici immerse senza che marciscano. La  distribuzione delle piante in presenza di un fiume, torrente o ruscello, varia se ci spostiamo lungo  una linea (transetto) trasversale alla direzione del flusso dell’acqua allontanandoci da essa.  Dentro l’acqua andranno specie erbacee (idrofite come Apium, il sedano d’acqua), piante  immerse a foglie galleggianti (pleustofite) come il Ceratofillo (Ceratophyllum demersum), il  Ranuncolo(Ranunculus) la lenticchia d’acqua nelle zone a corrente debole o assente (Lemna  minor e Lemna gibba ecc…). Nella zona di transizione tra acqua e terra c’è poi la vegetazione  delle elofite, termine con cui vengono chiamate le piante erbacee che hanno le radici e i rizomi  infissi nel fango, la parte basale del fusto immersa nell’acqua e il resto della pianta svettante in  ambiente aereo come la comune cannuccia d’acqua (Phragmites australis). Questa pianta  erbacea (come altre consorelle quali la Tifa detta anche “mazzasorda” e che comunemente si  rinviene spontanea con due specie: Typha latifolia e Typha angustifolia) è assai flessibile  resistentissima alla trazione, ben ancorata con radici e rizomi (che ossigenano i limi in  profondità) e in grado di resistere alle piene. Allontanandoci pochissimo dall’acqua, sulle  sponde, si insediano principalmente le Salicaceae, (Pioppi e Salici) prima in forma arbustiva e  poi appena dietro a queste, in formazioni arboree che possono raggiungere dimensioni assai  ragguardevoli. Spesso di trova l’Ontano nero (Alnus glutinosa) e il Sambuco (Sambucus nigra). Le Salicaceae sono piante a rapido accrescimento, dai rami assai fortemente flessibili ma  resistentissimi alla trazione, con radici assai fortemente ancorate nel terreno e capaci di  mantenerle ossigenate, caratteristiche che forniscono la capacità di resistere, come avviene per  le elofite, alla violenza delle piene che spezzerebbero o estirperebbero qualsiasi altra pianta a  legno duro e non flessibile. Il loro legno è molto tenero e leggero. Allontanandosi ancora di più  dall’acqua lungo la linea trasversale al flusso delle corrente, troviamo via via alberi con legno più  duro: frassini, olmi e poi ancora, più lontano e in condizioni più asciutte sui rilevati dei terrazzi  fluviali, carpini , querce e altri diversi alberi a legno duro, non più così flessibile e quindi incline  a spezzarsi ma che vivono oramai lontano dai livelli raggiungibili dalle piene, e non sono  minacciate da queste. 

La vegetazione fluviale è un elemento tipico e caratterizzante del paesaggio. Senza di essa con  le sue stupefacenti caratteristiche di adattamento all’essere perennemente in ammollo e a  sopravvivere alla violenza delle piene periodiche alle quali nessun altro tipo di vegetazione può  resistere, tutti i nostri corsi d’acqua apparirebbero spogli, desertificati come i canali di Marte.  Con la sua presenza invece, la vegetazione stabilizza le sponde, frena l’impeto della corrente,  mitiga le piene trattenendo l’acqua a monte e consentendone l’infiltrazione nelle falde, con la sua lettiera funge da filtro tra terra e acqua, impedendone l’intorbidamento e la contaminazione  da inquinamento diffuso. In pratica nel corso dell’evoluzione naturale, il fiume ha costituito un  severo fattore di selezione della vegetazione …e la vegetazione fluviale selezionata così come la  conosciamo, ha costituito fattore ecologico che ha condizionato l’ambiente fluviale nelle sue  caratteristiche funzionali , estetiche e paesaggistiche. L’ecotono acqua-terra, vale a dire la zona 

di transizione fra i due ecosistemi, è la più ricca in assoluto di biodiversità: ospita o dà rifugio a  un numero vastissimo di insetti, a oltre la metà degli uccelli italiani, alla totalità degli anfibi e  buona parte degli animali selvatici. Alcuni scienziati hanno definito questo nastro come  “supermarket of biodiversity”. Va pure tenuto presente che questa vegetazione è essenziale per  l’ecologia dell’ambiente acquatico e per il suo potere autodepurativo naturale: fornisce ombra  all’ambiente acquatico evitandone, anche con l’evapotraspirazione, il riscaldamento, fornisce  apporti trofici alla vita acquatica sottoforma di foglie morte e di necromassa vegetale in genere che cadono nella corrente. Nell’ecologia del paesaggio (Landscape ecology), infine, i corsi  d’acqua sono i principali corridoi ecologici esistenti in natura: dentro di essi, accanto ad essi sulle  sponde, sopra di essi per gli uccelli migratori, sono vere autostrade della natura ed elementi di  orientamento e di riferimento geografico per la fauna. Per questo motivo il corso d’acqua  dev’essere vegetato, senza barriere o interruzioni lungo il continuum dell’asta fluviale e  accessibile anche trasversalmente, per consentire alla fauna la transizione acqua/terra. La sua  vegetazione dev’essere quanto più possibile continua e di adeguato spessore che per i fiumi non  dovrebbe essere inferiore a 30 metri. 

Nella progettazione del verde in prossimità di un corso d’acqua, pertanto, occorre rivolgersi più  che mai alla vegetazione riparia spontanea potenziale del luogo e dispiegare il progetto lungo  un transetto trasversale al corso d’acqua, valutando l’allontanamento dalla stessa. Si tratta in  definitiva, di compiere un processo di vera e propria rinaturalizzazione, su basi scientifiche, pena  clamorosi fallimenti e perdita di funzioni ecologiche essenziali. La vegetazione riparia è  compatibile con percorsi ciclo-pedonali o attrezzati per lo sport, purchè prossimi all’acqua ma  non immediatamente a ridosso della stessa.  

L’importanza dei vivai pubblici 

Il vivaio pubblico (regionale, forestale o comunale) è uno strumento strategico decisivo per la  gestione ecosistemica del verde urbano secondo i criteri sopra indicati. Infatti nell’attuale  panorama del mercato delle piante, è difficile trovare disponibilità di molte specie e degli ecotipi locali “giusti” da impiantare, oltre ad avere i limiti severi della non attenzione alla biodiversità  genetica intraspecifica. Per quanto riguarda gli arbusti e le erbacee, inoltre, molte specie sono  e resteranno introvabili perchè neppure prese in considerazione per lo scarso o nullo valore  commerciale. Ne deriva che per un’adeguata gestione del verde urbano e periurbano molte  specie devono essere necessariamente coltivate in proprio, partendo dall’individuazione degli  ecotipi locali da riprodurre da seme o per clonazione vegetativa e con criteri scientifici (es.  raccolta dei semi composita, diffusa, in condizioni diversificate e mai unicamente da uno stesso  albero….). Ai fini della gestione ecosistemica del verde urbano i macro-obiettivi da assegnare a  un vivaio possono essere così riassunti: 

– Individuare flora spontanea locale e i modelli concettuali vegetazionali spontanei  presenti sul territorio; 

– Coltivare alberi e arbusti tipici del territorio, a partire da ecotipi locali, per destinarli al  verde pubblico e privato (salvaguardia della biodiversità tramite coltivazione ex situ) e  per la bellezza e il decoro urbano; 

– Individuare di aree da poter rinaturalizzare (compatibilmente con le necessità di  fruizione pubblica) e contribuire alla progettarne degli impianti; 

– Individuare i corridoi ecologici da salvaguardare, da ripristinare o da realizzare; – Ridiffondere in ogni modo, direttamente o indirettamente, le piantine prodotte; 

– Svolgere attività didattica sul verde in città; 

– Applicare, d’intesa con il Comune, la Legge 14 gennaio 2013, n. 10, recante “Norme per  lo sviluppo degli spazi verdi urbani” per quanto riguarda l’art. 1 (Svolgimento della festa  dell’Albero) e il complesso delle azioni di cui agli artt. 6 e 7). 

– Dare applicazione alla legge 29 gennaio 1992, n. 113 cosi’ come modificata dalla  precedente legge obbligo per i comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti di  porre a dimora un albero per ogni neonato o minore adottato). 

– Realizzare un orto botanico presso il vivaio, con relativo Centro Studi e Documentazione  e attività didattica. 

I vivai a gestione pubblica o affidati dall’Ente Pubblico a cooperative o Associazioni del Terzo  Settore, necessitano di un salto di qualità: divengano in definitiva, veri musei all’aperto,  biblioteche viventi, centro-studi e di monitoraggio, sedi di ricerca e centri di educazione  ambientale in rapporto con le scuole, Università e Istituti di Ricerca, custodi della  biodiversità e promotori della stessa attraverso la ri-diffusione delle specie vulnerabili e  rarefatte, rare o in via di estinzione, endemismi. Possono recuperare tradizioni legate  all’uso delle specie vegetali (alimentare, per mobili o suppellettili, attrezzi da lavoro,  produzione di fibre e di tessuti e da colorare con sistemi naturali ecc). I vivai sono uno  strumento operativo fondamentale per la conservazione, per la sostenibilità e per  l’elevazione culturale. 

Per concludere: alberi e clima globale 

Le preoccupazioni del mondo scientifico e di larghi settori della pubblica opinione e dei  governi per gli effetti dell’alterazione del clima globale sollecitano azioni immediate ed efficaci per la riduzione della concentrazione dei gas –serra in atmosfera, a partire  dall’anidride carbonica che è quello più abbondante. L’umanità è chiamata, con urgenza, a  rivedere tutto l’attuale modello energetico basato sui combustibili fossili, con cui abbiamo  portato la biosfera sull’orlo del disastro, e avviare una transizione energetica basata sulle  fonti rinnovabili non carboniose (e quindi ad abbandonare anche l’impiego massiccio delle  biomasse legnose per uso energetico) e rispettose dell’ambiente e del paesaggio. Oltre al  vasto tema del risparmio e dell’efficienza energetica, la via della produzione dell’idrogeno  “pulito” da fonte solare-fotovoltaica saggiamente pianificata, come vettore energetico,  appare quella più promettente. Nel frattempo occorre applicare strategie di adattamento  per contenere i danni da alluvioni, tifoni, valanghe, ondate di calore, incendi boschivi,  processi di desertificazione, aumento del livello dei mari, scioglimento dei ghiacciai  (fenomeno che minaccia l’alimentazione di sorgenti, dei fiumi e degli acquedotti), che  oramai vanno verificandosi con frequenze ravvicinate. Tuttavia il contenimento drastico  delle emissioni di anidride carbonica da solo non è sufficiente: ad essere alterato è l’intero  ciclo del carbonio in quanto l’entità delle emissioni ha superato e continua a superare  largamente la possibilità di assorbimento operato dai boschi, dalle foreste e in generale dal  complesso degli alberi ed altri vegetali con i propri processi fotosintetici. Ne deriva che  occorre incrementare in ogni modo la superficie fotosintetica mondiale. L’umanità ha negli  alberi i più formidabili alleati – anzi, gli unici alleati – per contrastare i mutamenti climatici e  fissare a terra il carbonio che si trova in eccesso nell’atmosfera, nelle proprie strutture  (tronchi, rami, radici, foglie, lettiera), nei loro ecosistemi e in quelli correlati. Nella lettiera  di un bosco si fissa da quattro ad otto volte più carbonio di quanto avvenga nel biota legnoso.  Gli alberi possono farlo velocemente. Occorre pertanto rispettare il patrimonio arboreo  esistente e incrementarlo per quanto possibile, con decisione, con ostinazione, fino al 

dettaglio dei pochi metriquadri disponibili anche in città. Il Testo Unico Forestale  recentemente approvato, la proliferazione delle centrali elettriche a biomasse (trasformate  in necromasse) incentivate dai formidabili contributi statali e i tagli delle alberature operati  da moltissimi comuni italiani e dall’ANAS, con rinnovato vigore, sembrano andare in  direzione uguale ma… nel verso perfettamente contrario. È compito di coloro che hanno  capito, svolgere le pressioni necessarie per orientare le cose nel verso scientificamente  giusto per una società capace di futuro. Piantare alberi, piantare, piantare: è la parola  d’ordine che dovrebbe essere adottata e praticata ovunque.

1 Healthly Air, a global analysis of the role of urbani trees in addressing particulate matter pollution and  extreme heat – AA:VV: Nature Conservacy. Studio finanziato da China Global Coneseration Fund e  North America urban programs of nature conservacy), pagg. 1 – 130. (disponibile gratuitamente on line)

2(Chiesura, A. 2010. http://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/rapporti/verso-una-gestione ecosistemica-delle-aree-verdi)